Senza parole.

Quando guardo le immagini di distruzione che ogni giorno la televisione e i giornali ci propinano non posso non avvertire un profondo senso di vuoto e di solitudine. Non importa la provenienza delle immagini: Baghdad non è certo meno importante di Londra o di Sharm. Mi sento impotente, ho paura…
Vorrei fare di più, vorrei impegnarmi, vorrei contribuire in qualche modo per costruire un mondo di pace. Non so da dove cominciare e allora, provo a riportare un bellissimo articolo apparso su “la Repubblica” di Domenica. L’articolo è di Federico Rampini e, anche se è lungo vorrei che lo leggeste (almeno l’ultimo periodo in neretto) perché credo che possa insegnarci molto sull’orrore della guerra.
E’ una testimonianza di un sopravvissuto di Hiroshima, è la sua storia, una storia che non dovremo mai dimenticare e che dovrebbe servire come monito per tutti noi. E’ la storia di un uomo come noi, un uomo senza colpa come le tante vittime innocenti di questi ultimi giorni, è una storia troppo importante perché la Storia la cancelli, è una testimonianza che voglio lasciare qui, un piccolo sassolino per provare a costruire un mondo migliore.
«Avevo otto anni e facevo la seconda elementare a Hiroshima» ricorda Takashi Tanemori. «Il 6 agosto del 1945 era cominciato come una bellissima mattina d’estate. C’era stato un solo allarme aereo alle sette ma era finito subito, alle otto ero già fuori dal rifugio e a scuola con gli amici. Giocavamo a nascondino nel cortile. Toccava a me contare perciò ero appoggiato contro il muro con gli occhi chiusi e la mano davanti a coprire il viso. Il lampo, un bagliore bianco puro, fu così forte che ricordo di aver visto le ossa nude della mia mano, trasparente come ai raggi X. Poi il silenzio assoluto. Solo in seguito arrivò un tremore assordante, come se centinaia di carri armati stessero correndo contro di noi. Da quel momento deve essere passato del tempo di cui non ho memoria».
La voce di Tanemori si spezza per la commozione. «Il ricordo successivo è un senso di soffocamento, l’aria mancava, attorno era buio, tutto bruciava. Sentivo la puzza di bruciato e i miei compagni che gridavano: scotta!».
Sessant’anni dopo Tanemori non trattiene le lacrime mentre rivede quegli attimi della sua vita di bambino, nel cortile di una scuola pubblica, a soli mille metri di distanza dal punto dove esplose la bomba atomica. «C’erano dei soldati in un accampamento lì vicino, uno di loro è venuto a tirarmi fuori dai detriti. Ero coperto di sangue, l’urto dell’esplosione mi aveva polverizzato il muro addosso. Il soldato mi ha preso in braccio e si è messo a correre verso il fiume, dove molti cercavano la salvezza dalle fiamme e dall’ondata mortale di calore. Tutto intorno sentivo le grida di bambini che chiamavano le mamme, i lamenti degli uomini e delle donne che chiedevano acqua, acqua. Una giovane mamma portava un piccolo sulle sue spalle e cercava disperatamente l’altro figlio, ma quando le siamo passati a fianco ho visto il bambino che teneva sulla schiena: aveva la testa fracassata. Quell’immagine ritorna continuamente ad angosciarmi. Arrivati al fiume c’era un inferno, migliaia di esseri umani anneriti, nudi e bruciati come dei vermi orrendi. Tutti volevamo acqua, anche chi non riusciva più a muoversi implorava un po’ dell’acqua che scorreva. Qualcuno mi chiamò per nome: era mio padre che mi aveva ritrovato, mi prese dalle braccia del soldato, per un attimo mi sentii finalmente al sicuro, protetto. Il cielo piombò nell’oscurità, grandi gocce di pioggia sporca cominciarono a caderci addosso, picchiavano sulla nostra pelle ustionata ed era un altro dolore. Il fiume si ingrossava, la corrente trascinava corpi neri e detriti. Due giorni dopo quel fiume lo potemmo traversare a piedi, camminando su un ponte fatto di cadaveri».
Tanemori è un uomo minuto, un metro e mezzo di statura, capelli e baffetti candidi, spessi occhiali neri. Porta una giacca celeste e una cravatta a fiori, è accompagnato da un Labrador, cane-guida per non vedenti. Lo incontro al molo 35 del porto di San Francisco davanti alla nave giapponese Nippon Maru. Tiene in mano la “fiaccola atomica”, alla prima tappa di una marcia contro la guerra che arriverà fino ad Alamogordo nel deserto del New Mexico. Là 60 anni fa gli scienziati nucleari del laboratorio di Los Alamos fecero il primo test della bomba-A, la prova generale per lanciare l’atomica sul Giappone. A Hiroshima morirono in 140000. Altri 75000 furono uccisi a Nagasaki dove la seconda bomba fu lanciata tre giorni dopo. A 68 anni Tanemori è uno dei pochissimi ancora in vita, tra coloro che il 6 agosto 1945 alle 8.15 si trovavano a Hiroshima nel primo raggio della morte nucleare, entro mille metri dal centro dello scoppio. Lui è un hibakusha, termine che traduciamo con “sopravvissuto” ma che in giapponese suona più freddo: “persona affetta dall’esplosione”. Il premio Nobel giapponese della letteratura Kenzaburo Oe ha usato altre parole per definire gli hibakusha: “coloro che non si suicidarono nonostante tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall’umanità”. Gli hibakusha sono un gruppo unico fra noi: sono i soli esseri viventi, finora, che hanno subito un bombardamento nucleare e possono raccontarcelo. Hanno visto in azione contro di loro l’arma più terribile mai creata, a un’epoca in cui il mondo ne ignorava l’esistenza, e gli effetti della sua radioattività erano praticamente sconosciuti. Gli stessi medici di Hiroshima – quei 68 dottori che non morirono subito e tentarono di prodigarsi nei soccorsi – non avevano la minima idea di cosa fosse successo, come prime cure somministravano olio sui corpi ustionati ( la temperatura nelle immediate vicinanze della bomba era salita a 7000 gradi ) e mercurocromo sulle piaghe. Tanemori è la cavia di un esperimento bellico che attraverso le radiazioni ha prolungato le sofferenze per decenni: leucemie, cancro, malattie immunitarie, danni genetici, malformazioni.
«A me la bomba ha portato via tutto – dice - . Ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato neanche un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5. Un mese dopo erano morti anche i nonni. Io solo ero vissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Buddha. Ma la società da quel giorno prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A sedici anni tentai il suicidio. Ho perso la vista. Ho avuto un cancro e hanno dovuto togliermi lo stomaco. A 40 anni avevo già sofferto due infarti. Sono stato mandato in California una prima volta nel 1956 per curarmi, e fui quasi ammazzato di nuovo, ridotto a topo da laboratorio per le prime ricerche di un certo dottor Gallop sugli effetti delle radiazioni atomiche. I 200000 che a Hiroshima e Nagasaki morirono sul colpo non furono i più sfortunati. Loro sono andati in Paradiso subito».
Dopo l’atomica i superstiti hanno dovuto soffrire l’isolamento e l’emarginazione. In seguito alla resa del Giappone il generale americano Douglas Mac Arthur che comandava le forze di occupazione impose la censura sui danni della bomba-A. Le notizie sulla sorte degli hibakusha e sulle loro spaventose malattie potevano mettere in ombra la legittimità morale di chi aveva lanciato le due atomiche. Terufumu Sasaki, chirurgo all’ospedale della Croce Rossa a Hiroshima, un sopravvissuto che portò i primi soccorsi ai suoi concittadini, durante l’occupazione Usa dichiarò: «Vedo che un tribunale speciale sta giudicando i criminali di guerra a Tokio. Dovrebbe giudicare anche gli uomini che hanno deciso di usare la bomba». La versione dei vincitori è nota: la bomba atomica si rese necessaria per evitare carneficine senza fine sui campi di battaglia e un bilancio di vittime ancora superiore tra i militari americani, vista l’ostinazione dei leader giapponesi nel combattere a oltranza. La battaglia “convenzionale” di Okinawa aveva fatto nei due campi più morti (212000) di Hiroshima. Ma gli americani prima del 6 agosto avevano considerato altre opzioni. Se proprio bisognava usare l’atomica (e l’obiettivo era di impressionare l’Unione Sovietica almeno quanto i giapponesi), la si poteva mirare contro obiettivi militari invece di sterminare popolazioni civili. Oppure si poteva preavvisare la gente di Hiroshima: l’inaudita efficacia della nuova arma sarebbe stata rivelata ugualmente radendo al suolo una città evacuata. E dopo lo choc di Hiroshima sui leader giapponesi – di lì a poco l’imperatore avrebbe capitolato – era davvero necessario fare il bis a Nagasaki? Queste domande erano tanto più scomode se espresse dagli hibakusha. Non erano rivolte solo all’America. Il calvario dei sopravvissuti divenne un atto di accusa verso il loro paese. Prima dell’atomica, c’era stata una guerra espansionista scatenata dal Giappone in tutta l’Asia. C’era stata Pearl Harbor. Il ribrezzo dei giapponesi sani di fronte allo spettacolo osceno di quelle povere larve umane, orribilmente sfigurate dalle “cheloidi” – escrescenze della pelle a forma di granchio – era la parte visibile di un altro disagio inconfessato, quello che il paese non ha superato neanche oggi. Le piaghe degli hibakusha inchiodano il Giappone alle sue colpe, evocano altre atrocità: le stragi e le torture di innocenti commesse dalle truppe nipponiche. Un crudele ricordo di quel passato è la sorte riservata ai più sfortunati tra gli hibakusha, gli ultimi tra i paria: i prigionieri-schiavi coreani che erano stati deportati a Hiroshima e Nagasaki e furono colpiti dall’esplosione atomica non figurano nemmeno nel conteggio delle vittime, né i loro figli hanno avuto il diritto alla cittadinanza nipponica. «L’associazione delle vittime delle bombe – ha scritto il premio Nobel Oe – per decenni chiese invano ai governi di Tokio il diritto alle indennità di guerra invece dell’assistenza individuale. La distinzione è cruciale. Difendendo la propria causa in quei termini le vittime sollevavano la questione della responsabilità degli Stati Uniti per avere lanciato le bombe atomiche, e del Giappone per aver cominciato la guerra del Pacifico». Gli hibakusha non si lasciarono strumentalizzare da nessuno, negli anni Sessanta presero le distanze dal pacifismo unilaterale, quando le manifestazioni per il disarmo in Giappone furono egemonizzate dal partito comunista che distingueva tra l’atomica buona (sovietica) e quella cattiva (americana). Il dolore degli hibakusha resta un messaggio universale, espresso dalla poesia di uno di loro, Sankichi Toge, scolpita nella sua tomba al Memoriale della pace di Hiroshima:
“Ridatemi mio padre, ridatemi mia madre
Ridatemi il nonno e la nonna
Restituitemi i miei figli e le mie figlie
Ridatemi me stesso
Ridatemi la razza umana”.
Presto saranno scomparsi anche gli ultimi hibakusha. Il club delle potenze atomiche intanto continua ad accogliere nuovi membri. Dopo Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia, India, Pakistan, Israele, arrivano la Corea del Nord, l’Iran, e aumenta il rischio che gruppi terroristici come Al Quaeda riescano a procurarsi armi nucleari. La prima bomba-A era un ordigno rudimentale rispetto a quelli di oggi. America e Russia da sole hanno arsenali pronti a lanciare in due minuti 2000 testate, per una potenza complessiva 100000 volte superiore a Hiroshima.
Tanemori sa che il tempo sta scivolando via. Ha voluto essere alla manifestazione della “fiamma atomica”, il pellegrinaggio americano a Los Alamos e Alamogordo, dove ricevette il battesimo l’arma di distruzione assoluta che rimarrà il simbolo del XX secolo. I suoi coetanei ormai sono ombre sbiadite nella cronaca di una mattina di sessant’anni fa. Per conto loro, lui è tornato nel luogo da cui ebbe inizio il lungo viaggio della bomba.
«Avevo solo quattro anni – dice – quando il Giappone attaccò l’America a Pearl Harbor: che cos’avevo fatto, io, per meritarmi la vendetta atomica? Hiroshima rimane parte di me, il mio corpo porta tutte le ferite, la mia memoria vivrà finché vivo io. Quando non ci sarò più, non dimenticate la mia agonia di questi sessant’anni. Questa è la storia personale di Takashi Tanemori che aveva otto anni il 6 agosto 1945, questa è la storia che dovete continuare a raccontare a tutto il mondo».
Federico Rampini
27/06/1980. Ore 20:59:45. 39°43' N; 12°55' E.
Oggi voglio raccontarvi una storia. Come ogni storia comincerò a raccontarla con il classico "C'era una volta", infatti, c'era una volta una signora, il suo nome era Maria Vincenza Calderone. La signora Maria Vincenza era stata a Bologna per una visita presso l'ospedale Rizzoli e, la sera del 27/06/'80 si trovava in aeroporto con una gamba ingessata e attendeva l'aereo per tornare in Sicilia con scalo a Cagliari. La signora Maria Vincenza aveva già fatto il check-in per la Sardegna quando la compagnia aerea, vedendola con la gamba malandata le proprose un volo diretto per Palermo che non era ancora partito. C'era una volta, sempre in quell'aeroporto Giuliana Superchi. Giuliana era ancora una bambina, aveva solo 11 anni e, viaggiando in qualità di "minorenne non accompagnata", forse, per avere un po' di compagnia portava con sé una bambola. C'era una volta Giuseppe Lachina, anche lui all'aeroporto di Bologna. Era accompagnato quella sera dalla consorte. Accanto a loro doveva esserci anche Linda, la loro bambina che era stata appena promossa e a cui avevano promesso come regalo un viaggio in Sicilia. Ma niente, non c'era stato niente da fare, su quell'aereo non c'era proprio posto! C'era una volta... C'erano una volta tante storie, tante vite, tanta gente, 81 persone per la precisione. Ognuno di loro aveva una storia, un sogno, un'idea. Ognuno di loro aveva una mamma, un papà, un bimbo che erano all'aeroporto di Palermo ad attenderli. C'erano tante storie quella sera del 27/06/'80, tante storie a bordo del volo ITH-870, tante storie con una sola cosa in comune...la certezza della fine. Queste storie non sono a lieto fine, il finale è tragico perché di quelle 81 storie non ne è sopravvissuta neanche una... Perché? Beh, il perché ancora oggi non si sa. Quell'aereo oggi è un nido per i piccioni e, forse, in molti vorrebbero cancellare definitivamente dalla memoria quelle storie. Io non sono dello stesso parere ed è per questo che scrivo questo post. Scrivo per ricordare che quella sera 81 innocenti hanno perso la vita senza un motivo. Scrivo perché in 25 anni non si è fatta chiarezza su questo mistero. Scrivo perché... perché mi andava di lasciare una testimonianza...
...E le elencherò tutte, le elencherò tutte quelle 81 persone, quelle 81 storie troppo importanti perché vengano dimenticate:
Cinzia Andres, Luigi Andres, Francesco Baiamonte, Paola Bonati, Alberto Bonfietti, Alberto Bosco, Maria Vincenza Calderone, Giuseppe Cammarota, Arnaldo Campanini, Antonio Candia, Antonella Cappellini, Giovanni Cerami, Maria Grazia Croce, Francesca D'Alfonso, Salvatore D'Alfonso, Sebastiano D'Alfonso, Michele Davì, Giuseppe Calogero De Ciccio, Rosa De Dominicis, Elvira De Lisi, Francesco Di Natale, Antonella Diodato, Giuseppe Diodato, Vincenzo Diodato, Giacomo Filippi, Enzo Fontana, Vito Fontana, Carmela Fullone, Rosario Fullone, Vito Gallo, Domenico Gatti, Guelfo Gherardi, Antonino Greco, Berta Gruber, Andrea Guarano, Vincenzo Guardi, Giacomo Guerino, Graziella Guerra, Rita Guzzo, Giuseppe Lachina, Gaetano La Rocca, Paolo Licata, Maria Rosaria Liotta, Francesca Lupo, Giovanna Lupo, Giuseppe Manitta, Claudio Marchese, Daniela Marfisi, Tiziana Marfisi, Erica Mazzel, Rita Mazzel, Maria Assunta Mignani, Annino Molteni, Paolo Morici, Guglielmo Norritto, Lorenzo Ongari, Paola Papi, Alessandra Parisi, Carlo Parrinello, Francesca Parrinello, Anna Paola Pellicciani, Antonella Pinocchio, Giovanni Pinocchio, Gaetano Prestileo, Andrea Reina, Giulia Reina, Costanzo Ronchini, Marianna Siracusa, Maria Elena Speciale, Giuliana Superchi, Antonio Torres, Giulia Maria Concetta Tripliciano, Pierpaolo Ugolini, Daniela Valentini, Giuseppe Valenza, Massimo Venturi, Marco Volanti, Maria Volpe, Alessandro Zanetti, Emanuele Zanetti, Nicola Zanetti.
Il silenzio della giustizia.
Fino ad oggi, su questo blog avevo deciso di non occuparmi di notizie di cronaca e di politica, un po’ perché quando leggo un giornale la prima pagina che leggo è quella culturale e un po’ perché credo che, su molte notizie, si tenda a dare dei giudizi affrettati (spesso anche per esigenza delle testate giornalistiche), giudizi che perdono di senso dopo pochi giorni. Ciò premesso, non posso però continuare questo silenzio almeno per oggi. Oggi infatti le prime pagine dei giornali in commercio riportano, per l’ultima volta probabilmente, notizie sulla strage del 12 dicembre 1969 accaduta in Piazza Fontana a Milano. Nel 1969 io non ero ancora nato e probabilmente non ero neppure lontanamente presente nei pensieri dei miei genitori, tuttavia leggere di quella strage, sentirne parlare dai miei genitori, mi ha sempre fatto rabbrividire. Le storie sono storie tristi, storie degli anni bui della nostra Repubblica che oggi si tende a cancellare, come se quegli anni non facessero parte del nostro passato. Oggi poi, arriva la sentenza della Cassazione, la sentenza definitiva e cosa scopri? Scopri che in 36 anni di processi non si è riusciti a capire chi abbia compiuto questa strage. Il processo si chiude infatti senza colpevoli, senza esecutori, senza mandanti e con i familiari delle vittime costretti a pagarsi pure le spese processuali (quando si dice oltre al danno la beffa). Beh, di fronte a tutto ciò non si può restare in silenzio senza che il silenzio sia colpevole. Di silenzio ce n’è già troppo in giro su questi argomenti. Sì, perché non c’è solo Piazza Fontana. Basti pensare all’altro grande mistero d’Italia e cioè a quello dell’incidente del DC-9 dell’Itavia sopra i cieli di Ustica. Mentre nel 1969 non ero ancora nato, nel 1980 ero nato ma ero ancora troppo piccolo per ricordare. Non dimentico però alcune immagini del processo, peraltro ancora aperto e le cui udienze era possibile ascoltare un annetto fa su Radio Radicale la sera. Ricordo benissimo le menzogne poi smascherate, i tracciati radar inesistenti (scomparsi forse???) e tutte le nefandezze che sono successe durante il processo. Di fronte a tutto ciò non si può restare in silenzio. Ora non voglio criticare l’operato della magistratura perché non ne ho né i mezzi né la voglia, ma è innegabile che per quel che riguarda la strage di Piazza Fontana la magistratura abbia fallito. Tuttavia, se la magistratura ha fallito, non dobbiamo fallire anche noi, noi gente comune, facendo finta di niente. Non dobbiamo fallire anche noi chiudendo definitivamente gli occhi su ciò che è accaduto. Non dobbiamo fallire anche noi relegando queste stragi a delle pagine dei libri di storia che, probabilmente, per mancanza di tempo non saranno neppure studiate dalla maggior parte degli studenti (almeno nelle scuole medie e superiori). Se vogliamo crescere dobbiamo ricordare, ricordare per rispetto delle persone innocenti che hanno perso la vita, per rispetto verso quei padri e quelle madri che sono usciti di casa salutando i familiari e non vi hanno fatto più ritorno, per rispetto verso quei bambini che hanno visto spezzati in maniera indelebile i loro sogni.