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"...e fieramente mi si stringe il core,/ a pensar come tutto al mondo passa,/ e quasi orma non lascia." G. Leopardi

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...E poi? Cosa resterà di un'emozione? Cosa ne sarà di un sogno dimenticato? Niente... O forse qualche segno strano tra le pagine della mia vita... E così decisi di aprire un blog!

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sabato, 11 marzo 2006

Immagini da un pomeriggio di follia.

Capita... Capita a volte di vagare per la città in un pomeriggio e di incontrare la guerra... No, non parlo di Kabul o di Baghdad... Sto parlando di Milano... Capita di incontrare gente che senza motivo decide di protestare devastando, distruggendo, intimorendo chi non sta facendo nient'altro a parte vivere la sua normale vita... Capita di fermarsi e chiedersi perché... Perché si combatte? Perché ci si scontra? Perché... Domande senza risposta... Violenza e basta... Anche perché nessun motivo potrebbe giustificare tali atteggiamenti...
Resta un senso di tristezza, resta l'amaro in bocca, resta un senso di vuoto... dentro... E una sola domanda, un solo semplice interrogativo... Perché?

postato da: nonlinear alle ore marzo 11, 2006 19:14 | link | commenti (11)
categorie: immagini, riflessioni, milano, attualitĂ 
mercoledì, 08 marzo 2006

Quantità.

E' tutta una questione di quantità! Ogni mattina apri i giornali e cosa ci trovi? Numeri, numeri, numeri e poi, nel caso non ti fossero bastati, ancora altri numeri! E' la quantità che conta in questo mondo! Cosa importa se un programma televisivo ti lascia qualcosa, ti fa riflettere un po' su te stesso, sulla tua condizione, sulla tua vita, sul mondo, in fondo, ciò che conta è Mr Auditel che ne determina il successo! E poco importa che i programmi più visti siano anche i più squallidi! Chissenefrega! L'importante è che costino poco! Quantità, quantità, quantità!
"I posti di lavoro sono aumentati!" ha detto qualcuno. "Abbiamo creato un milione di posti di lavoro!". Bene, bene! Ma quanti posti di lavoro garantiscono all'uomo della strada di sopravvivere? Quanti posti di lavoro sono fuori dal meccanismo perverso del precariato, del co.co.pro., dello stage retribuito e non retribuito? Quantità, sempre quantità!
Quantità conta anche per la classe politica intera, a prescindere da destra, sinistra, centro, in alto, in basso, su o giù; l'età media di chi conta si aggira intorno ai sessanta anni (credo sia una stima per difetto!). I due candidati premier hanno in media settanta anni e vengono a raccontarci che bisogna aiutare i giovani, bisogna aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro, bisogna aiutarli a crearsi una famiglia... E intanto incentivano gli impiegati a restare al lavoro oltre l'età pensionabile con il superbonus, candidano sempre le stesse persone ultrasessantenni mentre in altri paesi dell'Europa, a cui ci fregiamo di appartenere, vi sono leader con la metà degli anni dei nostri... E si continua a vivere di quantità, perché ciò che conta è produrre... Poco importa che poi il prodotto sia qualitativamente scadente... L'importante è gettare fumo negli occhi... Confondere...
E anche oggi mi lascio trascinare da questo mare di quantità... Devo produrre... L'importante è che sia tanto... Quantità... Quantità...

postato da: nonlinear alle ore marzo 08, 2006 08:39 | link | commenti (4)
categorie: riflessioni, attualitĂ 
venerdì, 06 gennaio 2006

Ariel, il soldato agricoltore.

Ariel Sharon ha trascorso gran parte della vita come un soldato-agricoltore. Come uno dei giudici d’Israele del Vecchio Testamento. Ha difeso il suo villaggio da predoni e aggressori, ha dato la caccia ai nemici, conquistato e distrutto i loro villaggi, ne ha costruiti di nuovi, ha custodito i vecchi, è tornato a inseguire i nemici e via da capo in un circolo virtuoso. Poi è venuto il tempo delle schermaglie tra pastori, che negli anni si sono trasformate in feroci battaglie con migliaia di carri armati da ambo le parti. L’uomo Sharon è rimasto se stesso durante la guerra per l’Indipendenza del 1948, il conflitto dello Yom Kippur del 1973, la guerra in Libano del 1982 e il piano per la costruzione degli insediamenti.
Per tutta la vita, dalla giovinezza alla vecchiaia, ha tenuto fede al principio secondo il quale ciò che non può essere raggiunto con la semplice forza può essere realizzato con l’«extra-forza». Ha stabilito che noi israeliani possiamo realizzare fatti concreti. Che gli arabi dovranno accettarlo e ilmondo prenderne atto. È stato l’uomo dei muscoli. Lo ricordiamo quando, avvolto in bianche fasce insanguinate nel Canale di Suez, minacciò di condurre le legioni contro i politici che avessero osato accordare agli arabi anche la minima concessione. Lo ricordiamo a Beirut, nella spietata crociata con la quale tentò di affermare con la forza un nuovo ordine nel vecchio Medio Oriente. E lo rivediamo costruire centinaia di insediamenti e portare centinaia di migliaia di coloni ebrei in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza, nella regione del Sinai e sulle alture del Golan. L’uomo dei muscoli, sempre. Nel corso di questi decenni l’ho biasimato. Incarnava tutti i difetti che non ho mai sopportato nel mio Paese: quella mescolanza di brutalità e autocompatimento, di insaziabile fame di terra emistica retorica che in un militare laico mi è sempre parsa ipocrita.
Non c’è mai stato un altro individuo che impersonasse al pari di Sharon quest’intossicazione da potere del potere, comune a molti israeliani. Non l’ho mai incontrato personalmente. Non mi sono mai trovato con lui nella stessa stanza. Dicono che all’interno di una cerchia ristretta sia un uomo espansivo, generoso e piacevole. Lo descrivono come un ammaliatore dotato di un vivace senso dell’umorismo, un amante del buon cibo e del lusso. Ho sempre tentato di non lasciarmi impressionare da questo genere di pareri. Odiavo Sharon perché era il nemico della pace. Eppure due anni fa qualcosa è cambiato. Una trasformazione misteriosa. La sua retorica è cambiata in una notte. Il suo vocabolario è mutato. Come se avesse improvvisamente iniziato a parlare una lingua nuova.
Quando, circa due anni fa, Sharon ha detto per la prima volta che l’occupazione era un disastro per gli occupati quanto per gli occupanti, non riuscivo a credere alle mie orecchie. Quando ha iniziato a parlare di due Stati per due popoli, ho pensato scherzasse. Quando ha citato per la prima volta i diritti dei palestinesi, ho creduto stesse parodiando gli slogan del movimento per la pace. E quando ha annunciato lo sgombero dei coloni ebrei e dell’esercito israeliano da Gaza, ho pensato si trattasse semplicemente di un’astuta strategia. Eppure ha mantenuto la parola. Lo hanno chiamato bulldozer quando ha costruito gli insediamenti, si è comportato da bulldozer quando li ha sradicati. È stata una vera operazione militare. Sharon ha travolto i coloni di Gaza nello stesso stile da guerra-lampo nel quale ha vinto le sue guerre. Non un singolo edificio degli insediamenti è rimasto intatto. Ma ha avuto solo due anni per iniziare a disfare ciò che ha realizzato in trentacinque. Gli insediamenti in Cisgiordania e sulle alture del Golan restano un monumento al vecchio Sharon.
Due i grandi interrogativi insoluti. Perché improvvisamente, nell’autunno della vita, quest’uomo ha così profondamente mutato la sua visione delle cose e cos’altro sarebbe stato disposto a fare per realizzare la pace e la riconciliazione? C’è una cosa che non ha portato a termine, neanche a sgombero ultimato. Non è mai riuscito ad avviare un autentico confronto con i palestinesi, come si usa tra vicini o come fa un capo che siede con un suo pari dopo una lunga faida. Sharon si allontana e continua a dirci: «Comprendo i miei errori. Ho tentato di rimediare, ma la vita non me ne ha dato il tempo».

© Amos Oz 2006 (traduzione di Maria Serena Natale)
postato da: nonlinear alle ore gennaio 06, 2006 21:34 | link | commenti (4)
categorie: pensieri, riflessioni, testimonianze, storia, attualitĂ 
martedì, 13 dicembre 2005

Succedeva sempre che a un certo punto alzava la testa... e la vedeva. E' una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l'America.
A. Baricco

C'era una volta, neanche troppo tempo fa, un paese. Lo chiamavano l'America. Quando giocavi con i bambini e gli raccontavi di questo paese vedevi i loro occhi brillare, restavano a gurdarti con gli occhioni fissi e, forse, già si immaginavano la maestosità di questo paese tanto lontano.
C'erano una volta tanti italiani come noi che partivano alla volta dell'America, anzi, andavano a trovare l'America. Poco importa che ad Ellis Island venissero trattati come bestie perché stavano andando a trovare l'America e questo era l'importante.
E chissà se poi l'hanno trovata, l'America?
Io l'America l'ho vissuta per poco, giusto qualche mese. Il tempo però è stato sufficiente a vedere da vicino come è fatta l'America. Perché ne parlo oggi? Beh, perché anche oggi è morto un altro uomo vittima di una delle tante contraddizioni che affollano questo paese. Come può un paese ritenuto la più grande democrazia del mondo continuare a condannare uomini alla pena capitale? E' un caso che la maggior parte dei condannati sia costituita da gente povera e da persone di colore? E' mai possibile che un paese che si accolla l'oneroso compito di esportare democrazia nel mondo e che si proclama paladino della giustizia nei vari organismi internazionali continui a condannare a morte degli innocenti?
Davanti a queste domande resto perplesso, non riesco proprio a trovare una ragione per quanto mi sforzi. Questo sistema mi fa paura, mi terrorizza. Non è possibile che lo stato si accolli la responsabilità di decidere della fine di un uomo! Non è giusto e non è neanche etico!
E che succede se si scopre di aver condannato un innocente?
Può lo stato ridare la vita di cui indebitamente si è appropriato?
Io resto qui, sul bordo di questo fiume aspetto una risposta che non c'è, osservo la candela che si consuma, vedo la luce che da brillante comincia ad affievolirsi; si consuma lentamente...
E per una volta, nonostante la recessione, nonostante i problemi economici e sociali che ci assillano, nonostante all'estero parlino male di noi... sono fiero di essere italiano.

postato da: nonlinear alle ore dicembre 13, 2005 13:37 | link | commenti (15)
categorie: attualitĂ , pena di morte
venerdì, 25 novembre 2005

Addio, dolce vita.

Vedere un titolo scritto in italiano sulla copertina di uno dei più prestigiosi settimanali di informazione politico-economica del mondo non può che far piacere, a meno che, questo titolo non sia: "Addio, dolce vita"! Proprio così infatti si presenta la copertina dell'Economist di questa settimana, con questo "titolone" che sembra non lasciare possibilità di appello per la nostra piccola, povera, malandata e bistrattata Italia. In molti diranno che l'Economist non è mai stato troppo gentile con l'Italia, eppure, leggendo l'articolo non si può non pensare a ciò che c'è scritto. Dall'analisi esce infatti perdente l'intero sistema Italia. Esce perdente l'Italia di Berlusconi così come quella di Prodi, escono perdenti i partiti, le aziende, insomma, praticamente tutto.
Unica nota positiva:
"AT FIRST blush, life in Italy still seems sweet enough. The countryside is stunning, the historic cities beautiful, the cultural treasures amazing, and the food and wine more wonderful than ever. By most standards, Italians are wealthy, they live for a long time and their families stick impressively together. The boorish drunkenness that makes town centres in many other countries unpleasant is mercifully rare in Italy. The traffic may be bad, and places such as Venice and Florence are overrun by tourists, but if you go off-season—or merely off the beaten track—you can have a more enjoyable time in Italy than practically anywhere else".
E c'è veramente poco da gioire se, nonostante tutto quello che abbiamo in termini di patrimonio artistico, in termini di creatività e di inventiva, siamo così indietro rispetto al resto d'Europa! Ovunque mi sposti non faccio che ascoltare lamentele. In treno, in aereo, al sud, al nord, al centro, con la pioggia, con il sole, con la neve; sembra che non ci siano regioni, confini, limiti per questo senso di insoddisfazione crescente. Ogni giorno diventa sempre più difficile vivere in questo paese e convivere con tutto ciò che non funziona. Eppure... Che bello è vivere in Italia! Che bella l'Italia! Cosa ci manca? Beh, forse ci manca un po' di intraprendenza, forse ci lasciamo sfuggire troppi treni, ci fissiamo su cose che alla fine si rivelano accessorie e dimentichiamo ciò che veramente serve al nostro amato Paese. Forse, l'unico modo per uscire da una crisi che sembra senza uscita è impegnarsi per costruire ciò di cui il Paese ha veramente bisogno, partire dal necessario per poi pensare al superfluo, non continuare a vedere l'avversario politico come un nemico ma come un rivale nell'ambito di una competizione leale, e, soprattutto, forse è il caso di smettere di pensare alla fase di congiuntura negativa internazionale seguita all'11 Settembre e al caro-euro per cominciare a riportare il nostro Paese all'antico splendore.

P.S.: L'articolo dell'Economist citato si può trovare
qui.

postato da: nonlinear alle ore novembre 25, 2005 18:30 | link | commenti (9)
categorie: riflessioni, attualitĂ 
venerdì, 04 novembre 2005

Vento di pace.

Come un bambino vedo i miei occhi perdersi tra le mille luci delle fiaccole accese. Cammino tra una folla di gente, mi perdo tra le bandiere, ascolto voci, commenti, grida e, in fondo, mi sento felice. Felice di esserci, di respirare quest'aria che sa di pace, felice di scambiare quattro chiacchiere con uno sconosciuto e sorprendermi a sorridere. Pace. E' questo il grido che si leva dalla folla, è questo il grido cui mi unisco con tutta l'aria che mi riempie i polmoni. Pace. Pace come scopo, pace come meta, pace come traguardo, pace... E vedo i tuoi occhi, così piccoli, mentre ti addormenti tra le braccia di tuo padre che tiene la tua manina nella sua... Pace, mentre dormi, pace al tuo risveglio, pace mentre sorridi guardando le luci che lentamente si accendono tra le mani della gente, pace... Pace, in questo vento primaverile che sembra essersi svegliato apposta stasera per regalarci la sua dolce melodia e ricordarci che siamo tutti uomini, uomini a prescindere dal colore delle mani, uomini a prescindere dal Dio che popola il nostro cielo, uomini e basta, uomini che credono, vivono, sperano, sognano che esista ancora la possibilità di respirare questa dolce brezza di pace.

postato da: nonlinear alle ore novembre 04, 2005 20:28 | link | commenti (10)
categorie: pensieri, riflessioni, attualitĂ 
domenica, 02 ottobre 2005

Non chiedermi perché...non saprei cosa risponderti.  Non ha senso ciò  che vedo, eppure è così reale, così vere queste immagini che di continuo tempestano la mia mente, così profondo questo dolore di fronte a cui mi sento impotente. Vedo la mia candela lentamente consumarsi. La fiamma trema e sembra voglia spegnersi da un momento all'altro eppure... resiste, come la mia voglia, la mia speranza, la mia fiducia che possa, che debba esistere una strada, che esista ancora una possibilità, una piccola, debole possibilità che tutto ciò finisca.

postato da: nonlinear alle ore ottobre 02, 2005 20:20 | link | commenti (17)
categorie: pensieri, riflessioni, attualitĂ 
martedì, 23 agosto 2005

Quando penso ai blog, penso ad un grande incrocio dove convergono vite, un grande semaforo dove le storie si fermano aspettando il verde. A volte, capita di fermarsi al semaforo ed osservare l'automobilista accanto, capita di rapire attimi, immortalare istanti. Capita di trovarsi accanto testimonianze così importanti che non puoi più proseguire sulla tua strada senza restarne fortemente impressionato.
...E mi riferisco ad una storia in particolare, la storia di Enzo Baldoni. Purtroppo non ho mai avuto l'onore di conoscerlo, sebbene mi avrebbe fatto veramente piacere. Tuttavia, è un po' come se una sera ci fossimo incontrati davanti ad una buona tazza di caffè, come due vecchi amici, e subito avessimo cominciato a parlare. E' così che ho conosciuto Enzo, grazie al potere di questo mezzo chiamato blog. Ho conosciuto una parte della sua vita, delle sue esperienze e dei suoi viaggi. Mi ha colpito il sorriso, sempre presente sul suo volto, il sorriso di fronte alle difficoltà, il suo modo di essere ironico nonostante le difficili condizioni di sopravvivenza in un paese sotto assedio.
...E vorrei che un po' tutti quelli che, per caso o per scelta, passano di qui, magari facciano un salto a trovarlo, anche solo per farsi due risate, per scherzare un po', come con un amico; per ricordare una storia, per intrecciarla con la nostra e farla vivere per sempre.
P.S.: Enzo Baldoni lo trovate
qui, ma, penso valga la pena di dare un'occhiata anche alle testimonianze di chi l'ha veramente conosciuto. Vi segnalo quindi: Pino Scaccia e Tuareg.

postato da: nonlinear alle ore agosto 23, 2005 18:29 | link | commenti (7)
categorie: ricordi, memorie, attualitĂ 
lunedì, 25 luglio 2005

Quando guardo le immagini di distruzione che ogni giorno la televisione e i giornali ci propinano non posso non avvertire un profondo senso di vuoto e di solitudine. Non importa la provenienza delle immagini: Baghdad non è certo meno importante di Londra o di Sharm. Mi sento impotente, ho paura…
Vorrei fare di più, vorrei impegnarmi, vorrei contribuire in qualche modo per costruire un mondo di pace. Non so da dove cominciare e allora, provo a riportare un bellissimo articolo apparso su “la Repubblica” di Domenica. L’articolo è di Federico Rampini e, anche se è lungo vorrei che lo leggeste  (almeno l’ultimo periodo in neretto) perché credo che possa insegnarci molto sull’orrore della guerra.
E’ una testimonianza di un sopravvissuto di Hiroshima, è la sua storia, una storia che non dovremo mai dimenticare e che dovrebbe servire come monito per tutti noi. E’ la storia di un uomo come noi, un uomo senza colpa come le tante vittime innocenti di questi ultimi giorni, è una storia troppo importante perché la Storia la cancelli, è una testimonianza che voglio lasciare qui, un piccolo sassolino per provare a costruire un mondo migliore.

«Avevo otto anni e facevo la seconda elementare a Hiroshima» ricorda Takashi Tanemori. «Il 6 agosto del 1945 era cominciato come una bellissima mattina d’estate. C’era stato un solo allarme aereo alle sette ma era finito subito, alle otto ero già fuori dal rifugio e a scuola con gli amici. Giocavamo a nascondino nel cortile. Toccava a me contare perciò ero appoggiato contro il muro con gli occhi chiusi e la mano davanti a coprire il viso. Il lampo, un bagliore bianco puro, fu così forte che ricordo di aver visto le ossa nude della mia mano, trasparente come ai raggi X. Poi il silenzio assoluto. Solo in seguito arrivò un tremore assordante, come se centinaia di carri armati stessero correndo contro di noi. Da quel momento deve essere passato del tempo di cui non ho memoria».
La voce di Tanemori si spezza per la commozione. «Il ricordo successivo è un senso di soffocamento, l’aria mancava, attorno era buio, tutto bruciava. Sentivo la puzza di bruciato e i miei compagni che gridavano: scotta!».
Sessant’anni dopo Tanemori non trattiene le lacrime mentre rivede quegli attimi della sua vita di bambino, nel cortile di una scuola pubblica, a soli mille metri di distanza dal punto dove esplose la bomba atomica. «C’erano dei soldati in un accampamento lì vicino, uno di loro è venuto a tirarmi fuori dai detriti. Ero coperto di sangue, l’urto dell’esplosione mi aveva polverizzato il muro addosso. Il soldato mi ha preso in braccio e si è messo a  correre verso il fiume, dove molti cercavano la salvezza dalle fiamme e dall’ondata mortale di calore. Tutto intorno sentivo le grida di bambini che chiamavano le mamme, i lamenti degli uomini e delle donne che chiedevano acqua, acqua. Una giovane mamma portava un piccolo sulle sue spalle e cercava disperatamente l’altro figlio, ma quando le siamo passati a fianco ho visto il bambino che teneva sulla schiena: aveva la testa fracassata. Quell’immagine ritorna continuamente ad angosciarmi. Arrivati al fiume c’era un inferno, migliaia di esseri umani anneriti, nudi e bruciati come dei vermi orrendi. Tutti volevamo acqua, anche chi non riusciva più a muoversi implorava un po’ dell’acqua che scorreva. Qualcuno mi chiamò per nome: era mio padre che mi aveva ritrovato, mi prese dalle braccia del soldato, per un attimo mi sentii finalmente al sicuro, protetto. Il cielo piombò nell’oscurità, grandi gocce di pioggia sporca cominciarono a caderci addosso, picchiavano sulla nostra pelle ustionata ed era un altro dolore. Il fiume si ingrossava, la corrente trascinava corpi neri e detriti. Due giorni dopo quel fiume lo potemmo traversare a piedi, camminando su un ponte fatto di cadaveri».
Tanemori  è un uomo minuto, un metro e mezzo di statura, capelli e baffetti candidi, spessi occhiali neri. Porta una giacca celeste e una cravatta a fiori, è accompagnato da un Labrador, cane-guida per non vedenti. Lo incontro al molo 35 del porto di San Francisco davanti alla nave giapponese Nippon Maru. Tiene in mano la “fiaccola atomica”, alla prima tappa di una marcia contro la guerra che arriverà fino ad Alamogordo nel deserto del New Mexico. Là 60 anni fa gli scienziati nucleari del laboratorio di Los Alamos fecero il primo test della bomba-A, la prova generale per lanciare l’atomica sul Giappone. A Hiroshima morirono in 140000. Altri 75000 furono uccisi a Nagasaki dove la seconda bomba fu lanciata tre giorni dopo. A 68 anni Tanemori è uno dei pochissimi ancora in vita, tra coloro che il 6 agosto 1945 alle 8.15 si trovavano a Hiroshima nel primo raggio della morte nucleare, entro mille metri dal centro dello scoppio. Lui è un hibakusha, termine che traduciamo con “sopravvissuto” ma che in giapponese suona più freddo: “persona affetta dall’esplosione”. Il premio Nobel giapponese della letteratura Kenzaburo Oe ha usato altre parole per definire gli hibakusha: “coloro che non si suicidarono nonostante tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall’umanità”. Gli hibakusha sono un gruppo unico fra noi: sono i soli esseri viventi, finora, che hanno subito un bombardamento nucleare e possono raccontarcelo. Hanno visto in azione contro di loro l’arma più terribile mai creata, a un’epoca in cui il mondo ne ignorava l’esistenza, e gli effetti della sua radioattività erano praticamente sconosciuti. Gli stessi medici di Hiroshima – quei 68 dottori che non morirono subito e tentarono di prodigarsi nei soccorsi – non avevano la minima idea di cosa fosse successo, come prime cure somministravano olio sui corpi ustionati ( la temperatura nelle immediate vicinanze della bomba era salita a 7000 gradi ) e mercurocromo sulle piaghe. Tanemori è la cavia di un esperimento bellico che attraverso le radiazioni ha prolungato le sofferenze per decenni: leucemie, cancro, malattie immunitarie, danni genetici, malformazioni.
«A me la bomba ha portato via tutto – dice - . Ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato neanche un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5. Un mese dopo erano morti anche i nonni. Io solo ero vissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Buddha. Ma la società da quel giorno prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A sedici anni tentai il suicidio. Ho perso la vista. Ho avuto un cancro e hanno dovuto togliermi lo stomaco. A 40 anni avevo già sofferto due infarti. Sono stato mandato in California una prima volta nel 1956 per curarmi, e fui quasi ammazzato di nuovo, ridotto a topo da laboratorio per le prime ricerche di un certo dottor Gallop sugli effetti delle radiazioni atomiche. I 200000 che a Hiroshima e Nagasaki morirono sul colpo non furono i più sfortunati. Loro sono andati in Paradiso subito».
Dopo l’atomica i superstiti hanno dovuto soffrire l’isolamento e l’emarginazione. In seguito alla resa del Giappone il generale americano Douglas Mac Arthur che comandava le forze di occupazione impose la censura sui danni della bomba-A. Le notizie sulla sorte degli hibakusha e sulle loro spaventose malattie potevano mettere in ombra la legittimità morale di chi aveva lanciato le due atomiche. Terufumu Sasaki, chirurgo all’ospedale della Croce Rossa a Hiroshima, un sopravvissuto che portò i primi soccorsi ai suoi concittadini, durante l’occupazione Usa dichiarò: «Vedo che un tribunale speciale sta giudicando i criminali di guerra a Tokio. Dovrebbe giudicare anche gli uomini che hanno deciso di usare la bomba». La versione dei vincitori è nota: la bomba atomica si rese necessaria per evitare carneficine senza fine sui campi di battaglia e un bilancio di vittime ancora superiore tra i militari americani, vista l’ostinazione dei leader giapponesi nel combattere a oltranza. La battaglia “convenzionale” di Okinawa aveva fatto nei due campi più morti (212000) di Hiroshima. Ma gli americani prima del 6 agosto avevano considerato altre opzioni. Se proprio bisognava usare l’atomica (e l’obiettivo era di impressionare l’Unione Sovietica almeno quanto i giapponesi), la si poteva mirare contro obiettivi militari invece di sterminare popolazioni civili. Oppure si poteva preavvisare la gente di Hiroshima: l’inaudita efficacia della nuova arma sarebbe stata rivelata ugualmente radendo al suolo una città evacuata. E dopo lo choc di Hiroshima sui leader giapponesi – di lì a poco l’imperatore avrebbe capitolato – era davvero necessario fare il bis a Nagasaki? Queste domande erano tanto più scomode se espresse dagli hibakusha. Non erano rivolte solo all’America. Il calvario dei sopravvissuti divenne un atto di accusa verso il loro paese. Prima dell’atomica, c’era stata una guerra espansionista scatenata dal Giappone in tutta l’Asia. C’era stata Pearl Harbor. Il ribrezzo dei giapponesi sani di fronte allo spettacolo osceno di quelle povere larve umane, orribilmente sfigurate dalle “cheloidi” – escrescenze della pelle a forma di granchio – era la parte visibile di un altro disagio inconfessato, quello che il paese non ha superato neanche oggi. Le piaghe degli hibakusha inchiodano il Giappone alle sue colpe, evocano altre atrocità: le stragi e le torture di innocenti commesse dalle truppe nipponiche. Un crudele ricordo di quel passato è la sorte riservata ai più sfortunati tra gli hibakusha, gli ultimi tra i paria: i prigionieri-schiavi coreani che erano stati deportati a Hiroshima e Nagasaki e furono colpiti dall’esplosione atomica non figurano nemmeno nel conteggio delle vittime, né i loro figli hanno avuto il diritto alla cittadinanza nipponica. «L’associazione delle vittime delle bombe – ha scritto il premio Nobel Oe – per decenni chiese invano ai governi di Tokio il diritto alle indennità di guerra invece dell’assistenza individuale. La distinzione è cruciale. Difendendo la propria causa in quei termini le vittime sollevavano la questione della responsabilità degli Stati Uniti per avere lanciato le bombe atomiche, e del Giappone per aver cominciato la guerra del Pacifico». Gli hibakusha non si lasciarono strumentalizzare da nessuno, negli anni Sessanta presero le distanze dal pacifismo unilaterale, quando le manifestazioni per il disarmo in Giappone furono egemonizzate dal partito comunista che distingueva tra l’atomica buona (sovietica) e quella cattiva (americana). Il dolore degli hibakusha resta un messaggio universale, espresso dalla poesia di uno di loro, Sankichi Toge, scolpita nella sua tomba al Memoriale della pace di Hiroshima:
Ridatemi mio padre, ridatemi mia madre
Ridatemi il nonno e la nonna
Restituitemi i miei figli e le mie figlie
Ridatemi me stesso
Ridatemi la razza umana”.
Presto saranno scomparsi anche gli ultimi hibakusha. Il club delle potenze atomiche intanto continua ad accogliere nuovi membri. Dopo Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia, India, Pakistan, Israele, arrivano la Corea del Nord, l’Iran, e aumenta il rischio che gruppi terroristici come Al Quaeda riescano a procurarsi armi nucleari. La prima bomba-A era un ordigno rudimentale rispetto a quelli di oggi. America e Russia da sole hanno arsenali pronti a lanciare in due minuti 2000 testate, per una potenza complessiva 100000 volte superiore a Hiroshima.
Tanemori sa che il tempo sta scivolando via. Ha voluto essere alla manifestazione della “fiamma atomica”, il pellegrinaggio americano a Los Alamos e Alamogordo, dove ricevette il battesimo l’arma di distruzione assoluta che rimarrà il simbolo del XX secolo. I suoi coetanei ormai sono ombre sbiadite nella cronaca di una mattina di sessant’anni fa. Per conto loro, lui è tornato nel luogo da cui ebbe inizio il lungo viaggio della bomba.
«Avevo solo quattro anni – dice – quando il Giappone attaccò l’America a Pearl Harbor: che cos’avevo fatto, io, per meritarmi la vendetta atomica? Hiroshima rimane parte di me, il mio corpo porta tutte le ferite, la mia memoria vivrà finché vivo io. Quando non ci sarò più, non dimenticate la mia agonia di questi sessant’anni. Questa è la storia personale di Takashi Tanemori che aveva otto anni il 6 agosto 1945, questa è la storia che dovete continuare a raccontare a tutto il mondo».

Federico Rampini

postato da: nonlinear alle ore luglio 25, 2005 20:36 | link | commenti (12)
categorie: pensieri, riflessioni, storia, attualitĂ 
mercoledì, 13 luglio 2005

Un altro mondo.

C'è un altro mondo. C'è un mondo in cui i bimbi non ti salutano con la loro piccola mano riempiendoti il cuore di gioia. C'è un mondo, un altro mondo in cui la notte è veramente buia perché non c'è corrente elettrica. In questo mondo le persone muoiono di fame ma lo Stato non accetta aiuti, si usano le mani per lavorare la terra. In questo mondo le strade sono desertiche e se esci non puoi non avere paura. In questo mondo non ci sono soldi ma, tra qualche tempo, questo mondo avrà a disposizione armi nucleari. C'è un altro mondo... e chissà quanti altri mondi sono come questo...
Quando leggo queste cose mi sento solo, triste, impotente perché vorrei fare qualcosa... Vorrei poter vedere un sorriso sulle labbra di quei bimbi, vorrei vederli giocare tranquilli, vorrei che la loro infanzia trascorresse tranquilla come deve essere per ogni bambino del mondo... Vorrei, vorrei... ma forse è solo un sogno, o forse, chissà...

Questo post nasce dopo aver letto un bellissimo articolo di Giuliano Gallo sul Corriere della Sera di oggi. Vorrei ringraziarlo per la sua testimonianza perché, sebbene tutti sappiamo che queste cose accadono, è anche vero che leggere una testimonianza aiuta a sentire in prima persona, a vivere sulla propria pelle realtà tanto diverse e che, per nostra fortuna, noi, figli di un paese in cui possiamo dire di essere veramente liberi non abbiamo mai provato.

P.S.: Ho appena scoperto che l'articolo di cui parlavo è disponibile su Corriere.it quindi, vi lascio il link - I bambini impauriti del parco di Pyongyang

postato da: nonlinear alle ore luglio 13, 2005 21:07 | link | commenti (29)
categorie: pensieri, riflessioni, attualitĂ