Nonlinear

"...e fieramente mi si stringe il core,/ a pensar come tutto al mondo passa,/ e quasi orma non lascia." G. Leopardi

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...E poi? Cosa resterà di un'emozione? Cosa ne sarà di un sogno dimenticato? Niente... O forse qualche segno strano tra le pagine della mia vita... E così decisi di aprire un blog!

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lunedì, 30 gennaio 2006

Candele.

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese,
dorate, calde e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto,
la memoria m'accora il loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
come s'allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

C. Kavafis

postato da: nonlinear alle ore gennaio 30, 2006 21:58 | link | commenti (7)
categorie: citazioni, poesia
venerdì, 27 gennaio 2006

La memoria è un occhio sempre aperto.

Un mondo senza memoria sarebbe un mondo cieco, chiuso nell'ansia del presente. Per questo motivo i totalitarismi censurano, proibiscono, gettano alle fiamme. Così uccidono lo sguardo del pensiero, il ricordo, l'espressione delle differenze: la terra dove nascono l'arte, i sogni, le illusioni, la libertà.
Ritornare su ieri significa, però, anche amare l'oggi perché la memoria è riflesso, ombra, proiezione. E l'uomo di oggi è fratello di quello di ieri.
La storia degli uomini è fatta di compagni straordinari e tenaci. Frequentarli nel ricordo è come scrivere un romanzo: quello dei personaggi e dei luoghi che il secolo, voltando pagina, ha portato via con sé per ritrovare la propria anima all'ombra della propria memoria. Non ci si separa dalla Storia, ci si convive, cercando di notte, nei sogni, l'isola che non c'è.
Il Giorno della Memoria è ricordare piccoli, anonimi, smarriti protagonisti, i loro cieli in tempesta, le vite perdute, i sentimenti bruciati, i fiori appassiti, le speranze cadute, i sorrisi dimenticati, le lacrime che caddero e quelle mai piante.
Le luci si spensero e Hitler fece dell'Europa un cimitero sotto la luna: quella malattia dello spirito che Camus chiamò il «regno delle bestie». Il paganesimo nazista e il suo Führer, immaginifico inventore dell'estetica della morte, uccisero la pietà, gli uomini e la ragione. Oggi altre sfide sono portate alla Storia, nel nome di religioni morte, utopie malate, controrivoluzioni medioevali.
Un frammento del Giorno della Memoria cada sui dinosauri secondo cui l'Olocausto è una leggenda. Un altro protegga Israele, figlio di una straordinaria avventura umana. E il nostro tributo sia anche un atto d'amore.

Marco Innocenti
(da Il Sole 24 Ore del 27/01/2006)

postato da: nonlinear alle ore gennaio 27, 2006 21:31 | link | commenti (3)
categorie: riflessioni, shoah

Se questo è un uomo.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

P. Levi

postato da: nonlinear alle ore gennaio 27, 2006 20:42 | link | commenti
categorie: pensieri, shoah
giovedì, 26 gennaio 2006

Rinchiuso in casa, immerso nel calore di una luce che si specchia in un cielo straordinariamente luminoso. Cade la neve, senza un perché, senza ragione, cade e basta... Sempre più velocemente i fiocchi di neve si infrangono sul suolo ormai bianco... "With or without you" mi accompagna mentre davanti ai miei occhi si affollano immagini, ricordi, pensieri, emozioni... Vorrei fermarne qualcuno, vorrei fissare qualcosa di questa strana processione... Corrono le mani, scivolano sulla tastiera veloci eppure troppo lente per seguire questo flusso... E mi torna in mente la vecchia cassetta che avevo in macchina al liceo... (BlogArt, ma tu ce l'hai ancora?) Chissà che fine ha fatto! Quante storie, quante follie, quante emozioni... E chissà perché questa neve mi riporta alla mente queste cose, chissà perché... Cade la neve, cade sulle emozioni, sulle gioie e sui dolori, ricopre di bianco questo strano, folle mondo; regala gioia a qualcuno, disagi ad altri... Ma, in fondo, la neve che ne sa? Cade e basta. E' inutile cercare un motivo, è vano chiedersi perché. Cade e cadrà ancora, forse copiosamente o, forse, smetterà all'improvviso, senza perché. E' un po' come i sogni: arrivano e basta. E non chiederti perché. E' solo, semplicemente, vita...

postato da: nonlinear alle ore gennaio 26, 2006 18:14 | link | commenti (4)
categorie: pensieri
martedì, 24 gennaio 2006

27 gennaio 1945.

Vieni qui. Stasera resta qui vicino a me; voglio raccontarti una storia. Sai, c'era una volta un bimbo con gli occhi grandi proprio come i tuoi, perso tra i suoi mille perché, curioso di conoscere il mondo e con la stessa tua voglia di diventare grande. C'era una volta un treno, un treno lungo lungo... proprio come piace a te. In quel treno però non ci voleva stare proprio nessuno... Quel treno era un biglietto di sola andata... Sai, c'era una volta un fumo nero che copriva intere città, c'era cenere che pioveva dal cielo... C'era un tempo in cui guardare le stelle non era permesso a tutti... C'era un tempo in cui la possibilità di sognare era legata alla canna di un fucile... C'era una volta e vorrei che non ci fosse mai più! E' per questo che stasera vorrei che tu restassi qui, accanto a me, a guardare questo fuoco che lentamente brucia la cera che, lenta, si consuma... E mi piace pensare che la luce arrivi fin lassù, mi piace immaginare che quel bimbo riesca a guardarla questa piccola luce e, chissà, magari spero che questa piccola fiammella gli regali un sogno, quel sogno tanto desiderato chiamato pace...

postato da: nonlinear alle ore gennaio 24, 2006 17:42 | link | commenti (9)
categorie: pensieri, shoah
domenica, 22 gennaio 2006

Stardust.

postato da: nonlinear alle ore gennaio 22, 2006 11:42 | link | commenti (3)
categorie: metafore
martedì, 17 gennaio 2006

No sound.

There’s no sound tonight… no more… E vorrei dirti che quest’acqua è ancora limpida, vorrei dirti che basta un po’ di Sole, del celeste e qualche nuvola per fare un cielo… E invece no… Gira il mondo, passa il tempo… Speranze, sogni, paure, emozioni, gioie e dolori… Tutto si perde nel mare dei ricordi… E vorrei che la musica seguisse i momenti indimenticabili della mia vita, vorrei che il pavimento di casa mia si pulisse con una semplice passata di spazzolone, vorrei che il Sole accompagnasse il mio risveglio e vorrei fare colazione nella famiglia del Mulino Bianco, vorrei un sogno da donare a chi non sogna più e una speranza da regalare a chi vaga perso per le strade della vita, vorrei… No sound tonight… Sangue, bombe, terrore, violenza, bimbi venduti al migliore offerente, tangenti ai politici, mafia… Do you like this? No sound tonight… No sound… No more…

postato da: nonlinear alle ore gennaio 17, 2006 17:09 | link | commenti (10)
categorie: pensieri, riflessioni
lunedì, 16 gennaio 2006

I have a dream.

postato da: nonlinear alle ore gennaio 16, 2006 21:06 | link | commenti (1)
categorie: segni
martedì, 10 gennaio 2006

Il libro che vi ha cambiato la vita.

Pagine che scorrono, caratteri che si inseguono, emozioni... Cosa resta? Cosa resta di un libro, delle emozioni che ci regala, dei pensieri che suscita? Cosa resta di una notte insonne passata a leggere il Giardino dei Finzi-Contini? E che dire delle sere trascorse seguendo le avventure di Miskin, Valjan, don Chisciotte? Tracce... Segni che restano in noi, nel nostro modo di essere, nel nostro io più nascosto... E voi, che libro vi ha cambiato la vita?
postato da: nonlinear alle ore gennaio 10, 2006 18:48 | link | commenti (11)
categorie:
venerdì, 06 gennaio 2006

Ariel, il soldato agricoltore.

Ariel Sharon ha trascorso gran parte della vita come un soldato-agricoltore. Come uno dei giudici d’Israele del Vecchio Testamento. Ha difeso il suo villaggio da predoni e aggressori, ha dato la caccia ai nemici, conquistato e distrutto i loro villaggi, ne ha costruiti di nuovi, ha custodito i vecchi, è tornato a inseguire i nemici e via da capo in un circolo virtuoso. Poi è venuto il tempo delle schermaglie tra pastori, che negli anni si sono trasformate in feroci battaglie con migliaia di carri armati da ambo le parti. L’uomo Sharon è rimasto se stesso durante la guerra per l’Indipendenza del 1948, il conflitto dello Yom Kippur del 1973, la guerra in Libano del 1982 e il piano per la costruzione degli insediamenti.
Per tutta la vita, dalla giovinezza alla vecchiaia, ha tenuto fede al principio secondo il quale ciò che non può essere raggiunto con la semplice forza può essere realizzato con l’«extra-forza». Ha stabilito che noi israeliani possiamo realizzare fatti concreti. Che gli arabi dovranno accettarlo e ilmondo prenderne atto. È stato l’uomo dei muscoli. Lo ricordiamo quando, avvolto in bianche fasce insanguinate nel Canale di Suez, minacciò di condurre le legioni contro i politici che avessero osato accordare agli arabi anche la minima concessione. Lo ricordiamo a Beirut, nella spietata crociata con la quale tentò di affermare con la forza un nuovo ordine nel vecchio Medio Oriente. E lo rivediamo costruire centinaia di insediamenti e portare centinaia di migliaia di coloni ebrei in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza, nella regione del Sinai e sulle alture del Golan. L’uomo dei muscoli, sempre. Nel corso di questi decenni l’ho biasimato. Incarnava tutti i difetti che non ho mai sopportato nel mio Paese: quella mescolanza di brutalità e autocompatimento, di insaziabile fame di terra emistica retorica che in un militare laico mi è sempre parsa ipocrita.
Non c’è mai stato un altro individuo che impersonasse al pari di Sharon quest’intossicazione da potere del potere, comune a molti israeliani. Non l’ho mai incontrato personalmente. Non mi sono mai trovato con lui nella stessa stanza. Dicono che all’interno di una cerchia ristretta sia un uomo espansivo, generoso e piacevole. Lo descrivono come un ammaliatore dotato di un vivace senso dell’umorismo, un amante del buon cibo e del lusso. Ho sempre tentato di non lasciarmi impressionare da questo genere di pareri. Odiavo Sharon perché era il nemico della pace. Eppure due anni fa qualcosa è cambiato. Una trasformazione misteriosa. La sua retorica è cambiata in una notte. Il suo vocabolario è mutato. Come se avesse improvvisamente iniziato a parlare una lingua nuova.
Quando, circa due anni fa, Sharon ha detto per la prima volta che l’occupazione era un disastro per gli occupati quanto per gli occupanti, non riuscivo a credere alle mie orecchie. Quando ha iniziato a parlare di due Stati per due popoli, ho pensato scherzasse. Quando ha citato per la prima volta i diritti dei palestinesi, ho creduto stesse parodiando gli slogan del movimento per la pace. E quando ha annunciato lo sgombero dei coloni ebrei e dell’esercito israeliano da Gaza, ho pensato si trattasse semplicemente di un’astuta strategia. Eppure ha mantenuto la parola. Lo hanno chiamato bulldozer quando ha costruito gli insediamenti, si è comportato da bulldozer quando li ha sradicati. È stata una vera operazione militare. Sharon ha travolto i coloni di Gaza nello stesso stile da guerra-lampo nel quale ha vinto le sue guerre. Non un singolo edificio degli insediamenti è rimasto intatto. Ma ha avuto solo due anni per iniziare a disfare ciò che ha realizzato in trentacinque. Gli insediamenti in Cisgiordania e sulle alture del Golan restano un monumento al vecchio Sharon.
Due i grandi interrogativi insoluti. Perché improvvisamente, nell’autunno della vita, quest’uomo ha così profondamente mutato la sua visione delle cose e cos’altro sarebbe stato disposto a fare per realizzare la pace e la riconciliazione? C’è una cosa che non ha portato a termine, neanche a sgombero ultimato. Non è mai riuscito ad avviare un autentico confronto con i palestinesi, come si usa tra vicini o come fa un capo che siede con un suo pari dopo una lunga faida. Sharon si allontana e continua a dirci: «Comprendo i miei errori. Ho tentato di rimediare, ma la vita non me ne ha dato il tempo».

© Amos Oz 2006 (traduzione di Maria Serena Natale)
postato da: nonlinear alle ore gennaio 06, 2006 21:34 | link | commenti (4)
categorie: pensieri, riflessioni, testimonianze, storia, attualitĂ