... ed eccomi qui, al passaggio a livello di questa vita, aspettando un treno che già so non si fermerà, inseguendo sogni troppo grandi perché la vita gli regali la possibilità di esistere, attendendo istanti che mai il tempo si lascerà sfuggire... eppure, è bello stare qui, in attesa, col cuore che batte a scandire istanti di un'intensità mai provata, con questa musica che disegna suoni mai sentiti, a guardare un pennello che tratteggia nella mente scenari inaspettati... In attesa... sperando di vedere, almeno una volta, un errore...
Strano rapporto è quello che abbiamo con le parole. Ne impariamo da piccoli un certo numero, nel corso dell'esistenza ne raccogliamo altre che ci arrivano dall'istruzione, dalla conversazione, dal rapporto con i libri, eppure, a paragone, sono pochissime quelle sui cui significati, accezioni e sensi non avremmo alcun dubbio se un giorno ci domandassero seriamente se ne abbiamo. Così affermiamo e neghiamo, così convinciamo e siamo convinti, così argomentiamo, deduciamo e concludiamo, discorrendo impavidi alla superficie di concetti sui quali non solo abbiamo idee molto vaghe, e, malgrado la falsa sicurezza che in genere ostentiamo quando tastiamo il cammino in mezzo alla nebulosità verbale, meglio o peggio continuiamo a capirci, e a volte persino ad incontrarci.
José Saramago
Viaggio.
Ho cercato la luna, ho incontrato stelle, ho seguito tracce impresse nel vento, ho camminato su sentieri impervi tra la pioggia ed il sole abbagliante, ho sognato, molto...
Ho visto lacrime sciogliersi, ho corso seguendo un segno, ho camminato senza guardarmi indietro, ho salito scale infinite...
Ho aperto molte porte e molte ancora ne aprirò per veder sorgere, ancora una volta, un sorriso...
Riflessi.

© Henri Cartier Bresson
Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. E' un modo di vivere.
Henri Cartier Bresson
Lamento del vecchio aereo.
Perché gli
aerei cadono?
Ma perché
non dovrebbero?
Su e giù come somari
tra cirri, nembocumuli
e aerei militari
bombardati da missili
imbottiti di plastico
nelle bufere atterrano
vuotano i portacenere
i sacchetti del vomito
e subito ripartono
mentre hostess stupende
rimpinzano di merende
il carrello non scende
il radar non risponde
il check-in non funziona
coi posti prenotati
tutti da Maradona
coi piloti stressati
i sedili firmati
e i motori scassati
gli utili assicurati
li si sente gridare
su nelle stratosfere:
«ci siam rotti le scatole
nere».
Stefano Benni
La leggenda di Redenta Tiria.
“Abaca, abaco, Abacuc…Abacrasta”. Inutile affannarsi nella ricerca, Abacrasta non lo troverete in nessun atlante. E neppure l’enciclopedia potrà darvi delucidazioni circa la localizzazione geografica di questo paese! Abacrasta infatti è, come tutti i luoghi di una leggenda che si rispetti, fuori dai confini dello spazio e del tempo eppure così reale nelle descrizioni della terra brulla, delle greggi di pecore, degli abitanti/personaggi che la affollano; ognuno con una storia diversa da raccontare. Storie che si intrecciano tra loro condividendo una sola cosa: la fine. Sì, perché ad Abacrasta, nessuno è mai morto per vecchiaia: “l’agonia non ha fottuto mai un cristiano”! Puntualmente si presentava la “Voce” e, in men che non si dica, la cinghia passava dai pantaloni al collo. Le donne? Beh, le donne non avendo a disposizione la cinghia cercavano di aiutarsi con una fune. La “Voce” certo non faceva distinzioni di sesso! Questa la realtà di Abacrasta finché un giorno non giunse in paese “una femmina cieca, con i capelli lucidi come ali di corvo e i piedi scalzi”. Disse di chiamarsi Redenta Tiria…
Questa, in breve, la trama del romanzo di Salvatore Niffoi che, reinventando un linguaggio in cui si fondono la lingua del “continente” ed il dialetto sardo, ci restituisce un’immagine della Sardegna e del mondo intero. Ne emerge un ritratto di straordinaria umanità e una meravigliosa favola che non manca di affidare al lettore la sua morale, “perché i morti bisogna farli parlare, farli rivivere nelle storie. E ai vivi bisogna far capire che il mestiere del vivere è cosa difficile da imparare, ma non impossibile”.
Dance me to the End of Love.

Le confessioni di Max Tivoli.
Un atroce scherzo della natura. Si potrebbe riassumere così la vita di Max Tivoli. Nato con le fattezze di un settantenne e costretto a ringiovanire giorno dopo giorno, Max si trova ad affrontare le difficoltà della vita con un aspetto esteriore diametralmente opposto alla sua età anagrafica. E così, ci troviamo a leggere le avventure di un vecchio bambino scambiato per un nano ritardato, scopriamo i primi amori adolescenziali in un uomo ultracinquantenne, le gioie della paternità in un fanciullo. E' questa la triste storia di Max, che, attraverso il suo diario ci racconta della sua vita, una vita segnata da questa fondamentale anomalia e i cui istanti sono scanditi da un tempo che corre all'incontrario fino ad una data già nota dall'inizio, 1941, l'anno della fine. In questo lungo viaggio, che ripercorre l'intera vita di Max, Greer tratteggia con maestria un'immagine del nostro mondo, secondo il mio modo di vedere, davvero profonda. Ci mostra l'amore, quello con la A maiuscola che attraversa l'intera vita di un uomo, ci porta a conoscere in profondità i falsi miti della bellezza e della giovinezza ad ogni costo, ci regala una splendida immagine dell'amico ideale, impersonato nel romanzo da Hughie, l'unico a conoscere il segreto di Max, forse perché anche lui è un "diverso"; e infine ci lascia un grande insegnamento sull'impossibilità di giudicare in base a ciò che si vede perché, molto spesso, ciò che si vede è solo la parte meno profonda della realtà.
Un infinito di colori.
E' questa l'immagine che amo associare ad uno dei periodi più belli della mia vita. I ricordi si confondono nella mente, persi tra i mille problemi della quotidianità, strade che si incrociano senza un senso, almeno apparentemente, eppure, quell'infinito di colori è sempre così vivo, così viva quella sensazione di svegliarsi al mattino per colorare il mondo, aprire le finestre e vedere tutto bianco, tutto nero e trovarsi tra le mani una tavolozza piena di mille colori per dare forma ai propri sogni... E chissà perché proprio stasera quest'infinito di colori torna a trovarmi, chissà perché nella serenità di questa serata di attesa senza sapere cosa aspettare mi tornano in mente questi cari ricordi... Forse è soltanto un'altra storia soffiata dal vento della memoria per regalarmi, anche stasera, la gioia di esserci.
Storie di sguardi...

foto Afp/Hussain