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"...e fieramente mi si stringe il core,/ a pensar come tutto al mondo passa,/ e quasi orma non lascia." G. Leopardi

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...E poi? Cosa resterà di un'emozione? Cosa ne sarà di un sogno dimenticato? Niente... O forse qualche segno strano tra le pagine della mia vita... E così decisi di aprire un blog!

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giovedì, 28 luglio 2005

Una lacrima riga il mio viso mentre ti cerco, dolce stella del mattino che illumini le mie giornate. Ti cerco e mi perdo in quest'universo di colore che mi avvolge.
...E ripenso a quando, chiusa nel buio dei tuoi occhi, mi chiedevi di disegnarti l'alba, di colorarti il tramonto...
Una lacrima, inconsapevolmente, cade, mentre le dita sulla tastiera ricamano la melodia dell'azzurro...
Ricordi? Era il tuo preferito!
Le dita lentamente si aprivano, come un fiore che sboccia, come una farfalla che schiude le ali, come una vela che si dispiega al vento cominciavano a raccontare dell'acqua del mare, del rumore delle onde che si infrangono contro la scogliera, di quella voce lontana che parlava dritta al cuore...
...E poi c'era il cielo, il cielo illuminato dal Sole giallo che cantava la sua allegra melodia in sol b sull'ultima ottava... e ancora le nuvole, il temporale, i fulmini e poi, come per magia, di nuovo il sereno.
E in quel mare, nel cielo profondo dei tuoi occhi mi perdevo mentre l'aria ancora vibrava. Ancora oggi mi capita di perdermi in quella vibrazione. Il cuore che batte forte, il respiro che si fa intenso, l'emozione che segue la musica...
...E mi appaiono i tuoi occhi, splendidi, nella loro complessa profondità; rivedo il tuo dolce sorriso e ti cerco nell'immensità del cielo, dolce stella del mattino.

postato da: nonlinear alle ore luglio 28, 2005 18:38 | link | commenti (14)
categorie: pensieri, ricordi
lunedì, 25 luglio 2005

Quando guardo le immagini di distruzione che ogni giorno la televisione e i giornali ci propinano non posso non avvertire un profondo senso di vuoto e di solitudine. Non importa la provenienza delle immagini: Baghdad non è certo meno importante di Londra o di Sharm. Mi sento impotente, ho paura…
Vorrei fare di più, vorrei impegnarmi, vorrei contribuire in qualche modo per costruire un mondo di pace. Non so da dove cominciare e allora, provo a riportare un bellissimo articolo apparso su “la Repubblica” di Domenica. L’articolo è di Federico Rampini e, anche se è lungo vorrei che lo leggeste  (almeno l’ultimo periodo in neretto) perché credo che possa insegnarci molto sull’orrore della guerra.
E’ una testimonianza di un sopravvissuto di Hiroshima, è la sua storia, una storia che non dovremo mai dimenticare e che dovrebbe servire come monito per tutti noi. E’ la storia di un uomo come noi, un uomo senza colpa come le tante vittime innocenti di questi ultimi giorni, è una storia troppo importante perché la Storia la cancelli, è una testimonianza che voglio lasciare qui, un piccolo sassolino per provare a costruire un mondo migliore.

«Avevo otto anni e facevo la seconda elementare a Hiroshima» ricorda Takashi Tanemori. «Il 6 agosto del 1945 era cominciato come una bellissima mattina d’estate. C’era stato un solo allarme aereo alle sette ma era finito subito, alle otto ero già fuori dal rifugio e a scuola con gli amici. Giocavamo a nascondino nel cortile. Toccava a me contare perciò ero appoggiato contro il muro con gli occhi chiusi e la mano davanti a coprire il viso. Il lampo, un bagliore bianco puro, fu così forte che ricordo di aver visto le ossa nude della mia mano, trasparente come ai raggi X. Poi il silenzio assoluto. Solo in seguito arrivò un tremore assordante, come se centinaia di carri armati stessero correndo contro di noi. Da quel momento deve essere passato del tempo di cui non ho memoria».
La voce di Tanemori si spezza per la commozione. «Il ricordo successivo è un senso di soffocamento, l’aria mancava, attorno era buio, tutto bruciava. Sentivo la puzza di bruciato e i miei compagni che gridavano: scotta!».
Sessant’anni dopo Tanemori non trattiene le lacrime mentre rivede quegli attimi della sua vita di bambino, nel cortile di una scuola pubblica, a soli mille metri di distanza dal punto dove esplose la bomba atomica. «C’erano dei soldati in un accampamento lì vicino, uno di loro è venuto a tirarmi fuori dai detriti. Ero coperto di sangue, l’urto dell’esplosione mi aveva polverizzato il muro addosso. Il soldato mi ha preso in braccio e si è messo a  correre verso il fiume, dove molti cercavano la salvezza dalle fiamme e dall’ondata mortale di calore. Tutto intorno sentivo le grida di bambini che chiamavano le mamme, i lamenti degli uomini e delle donne che chiedevano acqua, acqua. Una giovane mamma portava un piccolo sulle sue spalle e cercava disperatamente l’altro figlio, ma quando le siamo passati a fianco ho visto il bambino che teneva sulla schiena: aveva la testa fracassata. Quell’immagine ritorna continuamente ad angosciarmi. Arrivati al fiume c’era un inferno, migliaia di esseri umani anneriti, nudi e bruciati come dei vermi orrendi. Tutti volevamo acqua, anche chi non riusciva più a muoversi implorava un po’ dell’acqua che scorreva. Qualcuno mi chiamò per nome: era mio padre che mi aveva ritrovato, mi prese dalle braccia del soldato, per un attimo mi sentii finalmente al sicuro, protetto. Il cielo piombò nell’oscurità, grandi gocce di pioggia sporca cominciarono a caderci addosso, picchiavano sulla nostra pelle ustionata ed era un altro dolore. Il fiume si ingrossava, la corrente trascinava corpi neri e detriti. Due giorni dopo quel fiume lo potemmo traversare a piedi, camminando su un ponte fatto di cadaveri».
Tanemori  è un uomo minuto, un metro e mezzo di statura, capelli e baffetti candidi, spessi occhiali neri. Porta una giacca celeste e una cravatta a fiori, è accompagnato da un Labrador, cane-guida per non vedenti. Lo incontro al molo 35 del porto di San Francisco davanti alla nave giapponese Nippon Maru. Tiene in mano la “fiaccola atomica”, alla prima tappa di una marcia contro la guerra che arriverà fino ad Alamogordo nel deserto del New Mexico. Là 60 anni fa gli scienziati nucleari del laboratorio di Los Alamos fecero il primo test della bomba-A, la prova generale per lanciare l’atomica sul Giappone. A Hiroshima morirono in 140000. Altri 75000 furono uccisi a Nagasaki dove la seconda bomba fu lanciata tre giorni dopo. A 68 anni Tanemori è uno dei pochissimi ancora in vita, tra coloro che il 6 agosto 1945 alle 8.15 si trovavano a Hiroshima nel primo raggio della morte nucleare, entro mille metri dal centro dello scoppio. Lui è un hibakusha, termine che traduciamo con “sopravvissuto” ma che in giapponese suona più freddo: “persona affetta dall’esplosione”. Il premio Nobel giapponese della letteratura Kenzaburo Oe ha usato altre parole per definire gli hibakusha: “coloro che non si suicidarono nonostante tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall’umanità”. Gli hibakusha sono un gruppo unico fra noi: sono i soli esseri viventi, finora, che hanno subito un bombardamento nucleare e possono raccontarcelo. Hanno visto in azione contro di loro l’arma più terribile mai creata, a un’epoca in cui il mondo ne ignorava l’esistenza, e gli effetti della sua radioattività erano praticamente sconosciuti. Gli stessi medici di Hiroshima – quei 68 dottori che non morirono subito e tentarono di prodigarsi nei soccorsi – non avevano la minima idea di cosa fosse successo, come prime cure somministravano olio sui corpi ustionati ( la temperatura nelle immediate vicinanze della bomba era salita a 7000 gradi ) e mercurocromo sulle piaghe. Tanemori è la cavia di un esperimento bellico che attraverso le radiazioni ha prolungato le sofferenze per decenni: leucemie, cancro, malattie immunitarie, danni genetici, malformazioni.
«A me la bomba ha portato via tutto – dice - . Ha annichilito la mia infanzia, ha distrutto la mia famiglia. Di mia madre e mia sorella minore si perse ogni traccia il 6 agosto, non fu mai ritrovato neanche un frammento dei loro corpi. Mio padre morì il 3 settembre per le ustioni, le ferite e le radiazioni; mia sorella maggiore il 5. Un mese dopo erano morti anche i nonni. Io solo ero vissuto per miracolo, non so se per la volontà di Dio o di Buddha. Ma la società da quel giorno prese a guardarmi con disgusto, ero un relitto dell’atomica, un orfano della disfatta. A sedici anni tentai il suicidio. Ho perso la vista. Ho avuto un cancro e hanno dovuto togliermi lo stomaco. A 40 anni avevo già sofferto due infarti. Sono stato mandato in California una prima volta nel 1956 per curarmi, e fui quasi ammazzato di nuovo, ridotto a topo da laboratorio per le prime ricerche di un certo dottor Gallop sugli effetti delle radiazioni atomiche. I 200000 che a Hiroshima e Nagasaki morirono sul colpo non furono i più sfortunati. Loro sono andati in Paradiso subito».
Dopo l’atomica i superstiti hanno dovuto soffrire l’isolamento e l’emarginazione. In seguito alla resa del Giappone il generale americano Douglas Mac Arthur che comandava le forze di occupazione impose la censura sui danni della bomba-A. Le notizie sulla sorte degli hibakusha e sulle loro spaventose malattie potevano mettere in ombra la legittimità morale di chi aveva lanciato le due atomiche. Terufumu Sasaki, chirurgo all’ospedale della Croce Rossa a Hiroshima, un sopravvissuto che portò i primi soccorsi ai suoi concittadini, durante l’occupazione Usa dichiarò: «Vedo che un tribunale speciale sta giudicando i criminali di guerra a Tokio. Dovrebbe giudicare anche gli uomini che hanno deciso di usare la bomba». La versione dei vincitori è nota: la bomba atomica si rese necessaria per evitare carneficine senza fine sui campi di battaglia e un bilancio di vittime ancora superiore tra i militari americani, vista l’ostinazione dei leader giapponesi nel combattere a oltranza. La battaglia “convenzionale” di Okinawa aveva fatto nei due campi più morti (212000) di Hiroshima. Ma gli americani prima del 6 agosto avevano considerato altre opzioni. Se proprio bisognava usare l’atomica (e l’obiettivo era di impressionare l’Unione Sovietica almeno quanto i giapponesi), la si poteva mirare contro obiettivi militari invece di sterminare popolazioni civili. Oppure si poteva preavvisare la gente di Hiroshima: l’inaudita efficacia della nuova arma sarebbe stata rivelata ugualmente radendo al suolo una città evacuata. E dopo lo choc di Hiroshima sui leader giapponesi – di lì a poco l’imperatore avrebbe capitolato – era davvero necessario fare il bis a Nagasaki? Queste domande erano tanto più scomode se espresse dagli hibakusha. Non erano rivolte solo all’America. Il calvario dei sopravvissuti divenne un atto di accusa verso il loro paese. Prima dell’atomica, c’era stata una guerra espansionista scatenata dal Giappone in tutta l’Asia. C’era stata Pearl Harbor. Il ribrezzo dei giapponesi sani di fronte allo spettacolo osceno di quelle povere larve umane, orribilmente sfigurate dalle “cheloidi” – escrescenze della pelle a forma di granchio – era la parte visibile di un altro disagio inconfessato, quello che il paese non ha superato neanche oggi. Le piaghe degli hibakusha inchiodano il Giappone alle sue colpe, evocano altre atrocità: le stragi e le torture di innocenti commesse dalle truppe nipponiche. Un crudele ricordo di quel passato è la sorte riservata ai più sfortunati tra gli hibakusha, gli ultimi tra i paria: i prigionieri-schiavi coreani che erano stati deportati a Hiroshima e Nagasaki e furono colpiti dall’esplosione atomica non figurano nemmeno nel conteggio delle vittime, né i loro figli hanno avuto il diritto alla cittadinanza nipponica. «L’associazione delle vittime delle bombe – ha scritto il premio Nobel Oe – per decenni chiese invano ai governi di Tokio il diritto alle indennità di guerra invece dell’assistenza individuale. La distinzione è cruciale. Difendendo la propria causa in quei termini le vittime sollevavano la questione della responsabilità degli Stati Uniti per avere lanciato le bombe atomiche, e del Giappone per aver cominciato la guerra del Pacifico». Gli hibakusha non si lasciarono strumentalizzare da nessuno, negli anni Sessanta presero le distanze dal pacifismo unilaterale, quando le manifestazioni per il disarmo in Giappone furono egemonizzate dal partito comunista che distingueva tra l’atomica buona (sovietica) e quella cattiva (americana). Il dolore degli hibakusha resta un messaggio universale, espresso dalla poesia di uno di loro, Sankichi Toge, scolpita nella sua tomba al Memoriale della pace di Hiroshima:
Ridatemi mio padre, ridatemi mia madre
Ridatemi il nonno e la nonna
Restituitemi i miei figli e le mie figlie
Ridatemi me stesso
Ridatemi la razza umana”.
Presto saranno scomparsi anche gli ultimi hibakusha. Il club delle potenze atomiche intanto continua ad accogliere nuovi membri. Dopo Stati Uniti, Russia, Inghilterra, Francia, India, Pakistan, Israele, arrivano la Corea del Nord, l’Iran, e aumenta il rischio che gruppi terroristici come Al Quaeda riescano a procurarsi armi nucleari. La prima bomba-A era un ordigno rudimentale rispetto a quelli di oggi. America e Russia da sole hanno arsenali pronti a lanciare in due minuti 2000 testate, per una potenza complessiva 100000 volte superiore a Hiroshima.
Tanemori sa che il tempo sta scivolando via. Ha voluto essere alla manifestazione della “fiamma atomica”, il pellegrinaggio americano a Los Alamos e Alamogordo, dove ricevette il battesimo l’arma di distruzione assoluta che rimarrà il simbolo del XX secolo. I suoi coetanei ormai sono ombre sbiadite nella cronaca di una mattina di sessant’anni fa. Per conto loro, lui è tornato nel luogo da cui ebbe inizio il lungo viaggio della bomba.
«Avevo solo quattro anni – dice – quando il Giappone attaccò l’America a Pearl Harbor: che cos’avevo fatto, io, per meritarmi la vendetta atomica? Hiroshima rimane parte di me, il mio corpo porta tutte le ferite, la mia memoria vivrà finché vivo io. Quando non ci sarò più, non dimenticate la mia agonia di questi sessant’anni. Questa è la storia personale di Takashi Tanemori che aveva otto anni il 6 agosto 1945, questa è la storia che dovete continuare a raccontare a tutto il mondo».

Federico Rampini

postato da: nonlinear alle ore luglio 25, 2005 20:36 | link | commenti (12)
categorie: pensieri, riflessioni, storia, attualitĂ 
sabato, 23 luglio 2005

Nel silenzio rotto solo dal frusciare delle auto sull'asfalto bagnato della strada e da quello delle suore sul linoleum del corridoio, mi venne in mente un'immagine di me che da allora mi accompagna. Mi parve che tutta la mia vita fosse stata come su una giostra: fin dall'inizio mi era toccato il cavallo bianco e su quello avevo girato e dondolato a mio piacimento senza che mai, mai qualcuno fosse venuto a chiedermi se avevo il biglietto. No. Davvero il biglietto non ce l'avevo. Tutta la vita avevo viaggiato a ufo! Bene: ora passava il controllore, pagavo il dovuto e, se mi andava bene, magari riuscivo anche a fare...un altro giro di giostra.

Tiziano Terzani

postato da: nonlinear alle ore luglio 23, 2005 20:58 | link | commenti (10)
categorie: citazioni, pensieri, riflessioni
lunedì, 18 luglio 2005

Càpita.

«Capita che si viva tutta una vita senza imbattersi in una malattia che invece a un certo punto prenderà per te la faccia del destino. Capita di essere felici senza saperlo, di dare generosamente senza pensare di essere generosi e capita di scoprire che la gratitudine è un sentimento raro poco sentito e poco praticato; capita di essere delusi da qualcuno che non ti aveva illuso ma solo incidentalmente sfiorato. Capita di veder rovesciata l'esistenza in un attimo e capita che per essere ancora un po' simile a quel che eri prima, ci vogliano mesi e mesi di pazienza e di attesa».

Gina Lagorio

postato da: nonlinear alle ore luglio 18, 2005 18:13 | link | commenti (16)
categorie: citazioni, pensieri, riflessioni
mercoledì, 13 luglio 2005

Un altro mondo.

C'è un altro mondo. C'è un mondo in cui i bimbi non ti salutano con la loro piccola mano riempiendoti il cuore di gioia. C'è un mondo, un altro mondo in cui la notte è veramente buia perché non c'è corrente elettrica. In questo mondo le persone muoiono di fame ma lo Stato non accetta aiuti, si usano le mani per lavorare la terra. In questo mondo le strade sono desertiche e se esci non puoi non avere paura. In questo mondo non ci sono soldi ma, tra qualche tempo, questo mondo avrà a disposizione armi nucleari. C'è un altro mondo... e chissà quanti altri mondi sono come questo...
Quando leggo queste cose mi sento solo, triste, impotente perché vorrei fare qualcosa... Vorrei poter vedere un sorriso sulle labbra di quei bimbi, vorrei vederli giocare tranquilli, vorrei che la loro infanzia trascorresse tranquilla come deve essere per ogni bambino del mondo... Vorrei, vorrei... ma forse è solo un sogno, o forse, chissà...

Questo post nasce dopo aver letto un bellissimo articolo di Giuliano Gallo sul Corriere della Sera di oggi. Vorrei ringraziarlo per la sua testimonianza perché, sebbene tutti sappiamo che queste cose accadono, è anche vero che leggere una testimonianza aiuta a sentire in prima persona, a vivere sulla propria pelle realtà tanto diverse e che, per nostra fortuna, noi, figli di un paese in cui possiamo dire di essere veramente liberi non abbiamo mai provato.

P.S.: Ho appena scoperto che l'articolo di cui parlavo è disponibile su Corriere.it quindi, vi lascio il link - I bambini impauriti del parco di Pyongyang

postato da: nonlinear alle ore luglio 13, 2005 21:07 | link | commenti (29)
categorie: pensieri, riflessioni, attualitĂ 
martedì, 12 luglio 2005

Niente parole stasera.

Una luce stancamente illumina la stanza.
Nere rondini riempiono il cielo della mia finestra.
Solo,
vago nel mio mondo,
cercando vanamente un segno.

postato da: nonlinear alle ore luglio 12, 2005 21:18 | link | commenti (8)
categorie: pensieri, poesia, riflessioni
domenica, 10 luglio 2005

Ci sono immagini che parlano.
Ci sono immagini che ci segnano, che diventano dei monumenti per la nostra vita.
Ci sono momenti che non sarà mai possibile dimenticare.
Io in questi giorni mi vedo così, in fuga, in una corsa disperata per sfuggire alla polvere.
Mi raggiungerà?
Non so, a volte vorrei fermarmi, lasciar perdere, passare la mano, non correre più.
Ci sono giorni in cui vorrei lasciarmi sopraffare, giorni in cui non vorrei più combattere.
Paura?
No, o almeno non credo, non so.
Poi, all'improvviso, i tuoi occhi, così vivi, così pieni di voglia di vivere; la tua piccola mano che mi stringe...
...E continuerò a correre, ancora per oggi, ancora per domani, per veder nascere sulle tue labbra un'altro sorriso.

postato da: nonlinear alle ore luglio 10, 2005 21:47 | link | commenti (10)
categorie: pensieri, riflessioni
sabato, 09 luglio 2005

Grazie.

Grazie. Una parola che nasce dal profondo del mio cuore e che rivolgo a tutti voi. In questi giorni di malinconia, di profonda tristezza e di sfiducia nel futuro, le vostre parole mi hanno aiutato a capire che, forse, un mondo migliore è ancora possibile, esiste ancora una possibilità di cancellare l'odio dal nostro pianeta. ...E chissà, magari questa possibilità, questa strada, passa proprio da qui, da questa comunità di persone che hanno voglia di credere che è possibile costruire un domani senza guerre, senza terrorismo, senza gente che muore straziata, senza donne violentate per strada, senza uomini che muoiono senza un perché, chissà, forse, questa strada passa di qui o, forse, siamo noi che dobbiamo farla passare di qui... In ogni momento io sarò qui, con la mia piccola testimonianza, con il mio piccolo sassolino per costruire un mondo nuovo, diverso, migliore, senza paura...

P.S.: Sul Corriere della Sera in edicola oggi viene segnalato un bellissimo fotoblog We're not Afraid a cui ognuno può partecipare inviando le proprie foto in segno di testimonianza. L'idea mi è molto piaciuta e mi andava di segnalarla.

Buona giornata a tutti.

postato da: nonlinear alle ore luglio 09, 2005 10:07 | link | commenti (5)
categorie: pensieri, riflessioni, attualitĂ 
venerdì, 08 luglio 2005

Uomo del mio tempo.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
- t'ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
- Andiamo ai campi. - E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

S. Quasimodo

postato da: nonlinear alle ore luglio 08, 2005 18:47 | link | commenti (6)
categorie: poesia, riflessioni
giovedì, 07 luglio 2005

Perché?

Stasera sono tornato tardi a casa, sono stanchissimo e certo, tra le mie priorità, non c'era quella di scrivere un post. Ma come faccio a non scrivere un post stasera, come posso lasciar passare questa giornata senza scrivere una parola.
...E penso a loro, a quelle vittime inconsapevoli di un "gioco" di cui non capisco il senso. Perché? Che senso ha questa follia che chiamiamo terrorismo? Che colpa hanno delle persone come me, come te, come molti di noi, che stamattina sono andate a lavorare prendendo un autobus o la metropolitana? Perché? Perché? Davanti a queste domande non riesco a trovare una risposta e non la trovo perché oggi neppure la guerra, quella con la G maiuscola, è così terribile da dare vita a questa strage di innocenti. Perché? Questa domanda mi assilla da stamattina.
...E penso alle immagini che ho visto, penso alle loro voci, alle emozioni, ai sogni, sì, ai sogni che ognuno di loro portava con sé stamattina, penso all'incontro che avevano programmato, penso all'appuntamento importante che li aspettava, penso alle tante cose che io ho potuto fare oggi e che loro non hanno potuto. Non hanno potuto, ma perché?
...E la domanda ritorna, prepotentemente, ritorna e non va via perché non può sparire senza trovare una risposta.
...E mentre scrivo si consuma lentamente la candela alla mia finestra, la sua fiamma è debole, trema ma non si spegne come la mia speranza, la mia voglia, che esista ancora una possibilità di realizzare un mondo di pace.
E con questa mia speranza li saluto, con questa candela che lentamente arde e con queste parole, forse senza senso perché non pensate ma sinceramente sentite.

postato da: nonlinear alle ore luglio 07, 2005 21:37 | link | commenti (10)
categorie: pensieri, riflessioni, attualitĂ