Un nuovo giorno per l'Europa.
Anche oggi è sorto il sole. Ha cominciato il suo lungo cammino nell’Estremo Oriente fino a giungere alle estremità dell’Oceano Pacifico, come sempre. Anche oggi è sorto il sole, ma, nel suo cammino, ha incontrato una stella un po’ meno brillante del solito. E’ la stella della Francia, quella stella presente sulla bandiera europea sin dalla sua nascita nel dopoguerra. Questa stella da oggi brilla un po’ meno dopo la notte del “non” alla Costituzione Europea. Infatti, i cittadini francesi hanno deciso di bocciare la Costituzione mandando nello scompiglio l’intera Europa. Bisogna continuare, non bisogna alzare bandiera bianca, dice Sergio Romano dalle colonne del Corriere, bisogna andare avanti nel processo di ratifica della Costituzione Europea, è vero. Tuttavia, andare avanti senza soffermarsi un attimo a riflettere può essere molto rischioso data anche la vicinanza del voto dell’Olanda e gli effetti negativi che potrebbe provocare una seconda bocciatura. E’ indubbio che l’Europa rappresenti una grande opportunità per tutti, a livello economico ed a livello sociale. Tuttavia, quanti fra noi si sentono veramente europei? Quanti stati, quanti governi credono veramente all’Europa? Quanto peso ha l’Europa in ambito internazionale? Sono questi interrogativi ai quali bisogna rispondere al più presto, prima che l’idea di Europa si frantumi nelle nostre mani. Che l’Europa sia un’opportunità da cogliere, un obiettivo da raggiungere e che non si può mancare questo lo sappiamo tutti. Ogni italiano ricorda il sacrificio fatto per entrare da subito nell’euro, tuttavia, prima di affrettarsi a ratificare una Costituzione, forse bisogna cominciare ad edificare l’edificio Europa che a molti sembra una cosa abbastanza astratta e lontana. Bisogna cominciare a costruire l’Europa dei cittadini, l’Europa delle diverse popolazioni, l’Europa che valorizzi le differenze e ne faccia la sua caratteristica fondamentale. Bisogna cominciare anzitutto a superare i nazionalismi, infatti, che senso ha la richiesta della Germania di un seggio permanente alle Nazioni Unite? Non avrebbe forse più senso un unico seggio permanente europeo? Che senso ha un Unione che si spezza in più fronti (Germania e Francia, Italia e Inghilterra, etc.) davanti ai grandi problemi di politica internazionale? Che senso ha una Costituzione che non viene approvata da 25 paesi su 25? …E se non venisse approvata neanche da 20 paesi? Che succederebbe? Sono questi interrogativi a cui è difficile rispondere perché è difficile costruire l’Europa. La difficoltà tuttavia non deve scoraggiare ma deve incitare ad impegnarsi sempre più. Nella storia l’Europa ha già visto crisi di questo genere, tuttavia, adesso più che mai bisogna impegnarsi perché l’Europa non resti solo una bella parola scritta sulla carta ma sia un concetto ben presente nella mente di ogni cittadino. Bisogna impegnarsi perché la Costituzione venga approvata da tutti i paesi e perché tutti i paesi si riconoscano sotto la bandiera europea. Perché questo accada credo ci sia bisogno di un grande sforzo da parte di tutti noi, ma soprattutto da parte delle istituzioni che devono avvicinare le varie popolazioni all’Europa e alla Costituzione permettendo ad ogni cittadino di vedere, capire, riflettere, ma soprattutto vivere la carta costituzionale in quanto momento fondamentale della realizzazione di un sogno: l’Europa.
Raccontami una storia.
Raccontami una storia. Raccontami una storia stasera, non lasciarmi solo di fronte a questo cielo. Senti anche tu, in lontananza, il suono della fisarmonica? La melodia è bella e triste. Racconta di un mondo lontano, di un mare ancora sconosciuto. Raccontami una storia. Raccontami una storia prima che cali il sole. Raccontami dell’acqua, della pioggia che lentamente cade sulla nostra pelle. Raccontami di questi alberi così alti che ci proteggono. Raccontami la loro storia. Raccontami la tua storia. Raccontami ciò che vuoi ma raccontami una storia. Parlami di te, dimmi, perché resti in silenzio? Raccontami di questo cielo straniero che ci guarda dall’alto. Raccontami dei pastori che risalgono le colline col proprio gregge. Raccontami una storia. Lascia che la tua voce si oda, che tutto lo spettacolo che ci gira intorno si fermi per un attimo ad ascoltare. Raccontami una storia. Anche la musica è cessata. Aspettano tutti la tua storia. Raccontami una storia perché il vento possa portarla via con sé e regalarla al mondo intero. Regalami una storia perché finché avrò una storia da raccontare vorrà dire che sarò vivo.
Voyagers.
Quattordici miliardi di chilometri. Non riesco neppure a pensare ad una distanza così grande e allo stesso tempo così tanto piccola. Si, perché 14 miliardi di chilometri è la distanza percorsa fino ad oggi dalle sonde Voyager 1 e Voyager 2. E’ incredibile pensare a come una distanza così enorme per noi, piccoli abitanti di questo angolo dell’universo sia infinitamente piccola se confrontata con l’immensità che ci circonda. E’ proprio in questa immensità che si avventurano le due sonde Voyager, come novelli Ulisse, con un cd pieno di suoni e parole provenienti dalla Terra. Calcano per la prima volta i confini del sistema solare per avventurarsi nello spazio interstellare. Niente più pianeti da esplorare, almeno per il momento, ma solo atomi e molecole. Il prossimo traguardo Voyager 1 lo raggiungerà tra 40 mila anni (si, avete capito bene), quando si avvicinerà al sistema della stella C+793888. Voyager 2 farà un viaggio ancora più lungo per giungere tra 380 mila anni in prossimità della stella Sirio. 380 mila anni, 40 mila anni, 14 miliardi di chilometri; è pazzesco pensare a quanto siano pieni di fascino questi numeri! Vorrei potermi perdere in questa immensità. Vorrei tanto capire cosa si nasconde dietro questa bellezza, dietro questo “Universo Elegante” per citare Brian Greene. …Universo Elegante, Brian Greene,… Teoria delle stringhe… Questa teoria occupa i miei pensieri già da qualche anno. E’ una teoria estremamente affascinante! Riusciremo mai a capire che mistero si cela dietro lo spazio tempo? Riusciremo mai a riunire le quattro forze fondamentali? Riusciremo mai a riunire la meccanica quantistica e la relatività? Chissà… Forse queste domande resteranno senza risposta ancora a lungo e chissà che i piccoli Voyagers, così piccoli e così soli nell’immensità dell’universo non ci diano un aiuto per rispondere.
P.S. riservato a chi fosse interessato a sapere qualcosa sulla teoria delle stringhe.
La teoria delle stringhe è una delle più affermate teorie riguardanti l’unificazione delle forze fondamentali che governano l’universo: la forza forte che tiene insieme i nuclei atomici, la forza debole cui si devono le reazioni nucleari che producono l’energia del sole e delle altre stelle, la forza elettromagnetica e la forza gravitazionale. La sua nascita risale al 1968 per opera di un illustre italiano, Gabriele Veneziano, che, a soli ventisei anni pubblicò un articolo scientifico che lo rese subito famoso. In parole semplici la teoria delle stringhe afferma che la natura a livello elementare sia costituita di stringhe, delle piccole corde della lunghezza di 10-34 metri, che, nonostante le dimensioni infinitesime, sono comunque in grado di vibrare e, soprattutto, di vibrare alla velocità della luce. Le particelle di nostra conoscenza, non sarebbero dovute ad altro che ai diversi modi di vibrare delle stringhe. La cosa ancora più affascinante è che, per rispettare la coerenza con la teoria quantistica, le corde dovrebbero vibrare in uno spazio a 9 dimensioni (anziché le usuali 3) più la dimensione temporale che andrebbe introdotta per rispettare la teoria della relatività. Chi volesse saperne di più a livello divulgativo può consultare il già citato libro di Greene “L’Universo Elegante” che, in maniera elementare ci conduce attraverso i misteri dell’universo. Utilissimo è anche il sito "The Official String Theory Web Site" nonché il meraviglioso libro di Green, Schwarz, Witten, “Superstring Theory” che è una sorta di Bibbia della teoria delle stringhe rivolta però a chi abbia già buone conoscenze matematiche.
Vorrei...
Vorrei tanto sapere che sole splende nel tuo cielo.
Vorrei sapere se vedi il mare quando ti affacci al balcone della tua stanza.
Vorrei sapere che profumi porta il vento quando guardi il tramonto.
Vorrei sapere se il tuo cielo incontrerà mai il mio.
Vorrei sapere se quella nuvoletta dalla forma strana puoi vederla anche tu.
Vorrei sapere se quella scia, quella traccia bianca nel cielo è quella che mi ha portato qui,
o se è quella che chissà dove mi porterà domani.
Vorrei sapere se questo profumo di fiori, così intenso, arriva anche alle tue narici.
Vorrei ammirare il panorama dalla tua nuvola.
Vorrei guardare giù e meravigliarmi di quanto è grande il mondo.
Vorrei sentire ancora quella campana risuonare di gioia.
Vorrei vedere di nuovo quel bimbo felice.
Vorrei vedere ancora quella foglia agitata dal vento.
Vorrei vivere fino a domani per poterti guardare ancora una volta.
Debussy...
Silenzio. Il concerto sta per cominciare. Stasera c’è Debussy! Il pianista entra e si siede al pianoforte. Debussy… Ricordo ancora la prima volta che l’ho “incontrato”. Era un afoso primo pomeriggio estivo. Le strade deserte; la gente tutta al mare o rinchiusa in casa al fresco dei condizionatori. Accendo la tv e per caso vedo su Rai Tre Arturo Benedetti Michelangeli. Stanno proiettando nella noia dei palinsesti televisivi estivi delle vecchie registrazioni del pianista alla Radio Svizzera. Qualche attimo e l’incanto si accende nel salotto di casa mia. Il suo modo di suonare è meraviglioso, le dita scivolano sui tasti, non guarda mai la tastiera, ogni dito sa con precisione dove andare, con che forza toccare i tasti, che suono emettere. E’ uno spettacolo vedere suonare Arturo Benedetti Michelangeli. La melodia che suona giunge nuova alle mie orecchie. Non l’ho mai sentita. Scopro che il pezzo si chiama Bruyères. E’ bellissimo! Scopro inoltre che è di Debussy ma, finora, non ho mai ascoltato Debussy. Guardo tra i cd in casa mia ma non c’è molto di Debussy. Qualche giorno dopo capito alla Ricordi con mio padre e, ancora rapito dalla stupenda melodia mi precipito a cercare tra i cd. Trovo finalmente Bruyères. E’ tra i Preludi. Compro subito il cd ed anche lo spartito (ed. Ricordi) attratto dalla grafica stupenda di quest’ultimo. Torno a casa contento come un bambino (tra l’altro ero proprio un bambino!!!) con in mano il giocattolo nuovo, mi siedo al pianoforte e con grande eccitazione apro il secondo libro dei Preludi. Mi affanno a cercare Bruyères ma non la trovo. I pezzi sono senza titolo. Solo alla fine scopro che il titolo è sul fondo (…Bruyères). Accidenti come è difficile questo pezzo da suonare! Ciò che esce dal mio pianoforte non somiglia neppure lontanamente all’incanto di Benedetti Michelangeli. La mia mano di bambino non ha un’estensione tale da tenere tutte le note degli accordi. Anche la scrittura non è delle più semplici visto che la musica è scritta su tre righe anziché le classiche due! Già capire che note suonare è un’impresa! Le indicazioni di pedale sono pochissime! In una nota leggo che è l’interprete che deve decidere come usare il pedale e che, le indicazioni presenti sono solo un suggerimento! In pochi minuti ho già capito che ci vorrà molto tempo prima che Bruyères possa “levarsi” dal mio pianoforte! Vado allora nella mia stanza ed ascolto il cd. E’ sempre Arturo Benedetti Michelangeli che suona. Il suono ora è più pulito di quello della tv e poi, posso tornare a riascoltare i passaggi che mi piacciono di più tutte le volte che voglio. Resto nuovamente incantato. L’atmosfera cambia all’improvviso. C’è qualcosa di magico in questa musica, qualcosa che le parole non possono spiegare. Riascolto Bruyères ancora e ancora e qualcosa, forse, mi si chiarisce. La nebbia di qualche minuto fa comincia a diradarsi. Ora capisco perché non c’è il titolo all’inizio. Il titolo è solo un’indicazione, un suggerimento dato dall’autore. Il suo posto è alla fine perché la sua funzione è marginale. Il titolo dobbiamo trovarlo noi dopo aver ascoltato la poesia delle note e, per ognuno di noi deve essere diverso; deve venire dal cuore. E’ la magia di questa musica! Siamo noi i protagonisti. Le indicazioni sul pedale non ci sono perché è l’interprete che deve decidere come usarlo per dare più o meno corpo al suono; a seconda di ciò che ha dentro, a seconda di ciò che vuole comunicare al suo pubblico. Tutto ciò mi incanta e mi meraviglia ogni volta che suono questa musica. Mentre sono preso nei miei pensieri sento levarsi nell’aria le prime vibrazioni di Images. Gli accordi iniziali mi destano dal sogno ed in un attimo sono nuovamente rapito… il sogno ricomincia… un nuovo sogno…
…Che meraviglia Debussy!
Un tempo c'erano le cabine.
La sua presenza ha accompagnato la mia vita. Tante volte ho visto il mio viso riflesso sui suoi vetri; il viso di un bambino prima, quando accompagnavo mia madre a telefonare agli zii lontani; quello di un adolescente, quando uscivo di casa per chiamare gli amici più cari e fare in modo che nessuno potesse sentire; quella di un quasi-adulto infine perchè, fino alla fine del liceo ho sempre continuato ad usarla. In quel parallelepipedo di plexiglass sono passati i miei pensieri, le mie emozioni, le mie paure. Se quelle pareti parlassero, chissà quante cose potrebbero raccontare! ...e mi ricordo delle attese che a volte erano lunghe ed estenuanti perché chi mi precedeva si dilungava, mi ricordo le frasi sussurrate dagli innamorati, mi ricordo delle arrabbiature,... Tutto un mondo racchiuso in quelle pareti strette, in quelle pareti trasparenti in cui sono passate tante delle nostre emozioni. Oggi, quelle pareti sono vuote. I telefoni cellulari, la telefonia via internet, etc., hanno svuotato quelle mura. Di cabine telefoniche ce ne sono sempre meno e sempre meno ce ne saranno. Sarà un bene? Non so. Certo si è perso un po' di romanticismo; il romanticismo di chi esce di casa per telefonare ai parenti, agli amici, alla fidanzata. Oggi telefoniamo da qualunque posto, anche al cinema dove non si potrebbe. Nessuno fa più coda davanti alla cabina attendendo il suo turno e, forse... forse qualcosa l'abbiamo perduta.
Quasi mille.
Ebbene si, il contatore indica che siamo quasi a 1000 visite!!! E' un momento storico per il blog!!!
Grazie a tutti per essere passati a trovarmi.
La guerra. E poi...
Il grande scalpore suscitato in Italia dal rapimento di Clementina Cantoni ha riportato sulle prime pagine di tutti i giornali italiani la situazione afghana. Forse, un po' tutti credevamo che la pace in Afghanistan fosse cosa fatta e che, le immagini delle donne senza il burqua fossero il chiaro segnale della fine di un'era e dell'inizio di una fase di rinascita per tutta la popolazione. Purtroppo, le cose non stanno come si vuol far credere, infatti, la situazione in Afghanistan è tutt'altro che tranquilla. Proprio oggi, mentre i riflettori sono puntati sulla vicenda di Clementina, dall'Afghanistan arriva la notizia dell'omicidio di Shaima Razayee. Per la maggior parte delle persone questo nome non vuol dire assolutamente nulla ma, per gli afghani e, più precisamente, per gli abitanti di Kabul, il volto di questa ventiquattrenne era sufficientemente noto; noto al punto da risultare scomodo. Shaima Razayee infatti era il volto di Hop, una trasmissione cult di Tolo Tv, la risposta afghana a Mtv. L'uccisione di questa ragazza e il fatto che le indagini si rivolgano all'ambiente dell'integralismo religioso riporta alla luce i problemi della questione afghana che in realtà e tutt'altro che risolta. La guerra, purtroppo (e dico purtroppo perché ci abbiamo partecipato anche noi italiani convinti della sua efficacia), non ha portato gli effetti sperati, infatti, sebbene apparentemente i talebani non ci sono più a governare, chi governa oggi in Afghanistan? E' possibile che una giovane ventiquattrenne debba morire solo perché è il volto di una trasmissione in cui si trasmettono video musicali? Queste domande sono destinate a rimanere senza risposta ancora per molto tempo. Allora mi chiedo: "Non è forse arrivato il momento di fare un bilancio sull'utilità della guerra?" Secondo il mio parere sì, questo momento è arrivato. Forse è il momento di cominciare ad ammettere che la guerra in Afghanistan non ha prodotto gli effetti sperati, in fondo, la maggior parte dei terroristi (per intenderci quelli del libro nero degli americani) girano ancora a piede libero, Bin Laden in testa. A questo va aggiunto che la situazione della popolazione non è poi migliorata notevolmente visto che si continua a morire perché si conduce un programma che non piace agli integralisti. E allora? Cosa è cambiato in Afghanistan? Poco, molto poco. Forse la decisione di muovere guerra all'Afghanistan non era l'idea migliore ma forse, solo l'idea più semplice. L'idea di fare una guerra è sempre la più semplice tuttavia non è detto che produca i risultati sperati. Oggi in Afghanistan non governa praticamente nessuno se una ragazza muore perché conduce un programma che piace agli integralisti o se un'altra ragazza viene sequestrata sebbene la sua occupazione sia aiutare la popolazione. Allora bisogna riflettere, riflettere per capire dove si è sbagliato, riflettere per capire che c'è sempre la via diplomatica che si può seguire per cercare di risolvere le crisi internazionali. Prima di fare una guerra bisogna sempre riflettere, non bisogna lasciarsi trasportare dalle emozioni del momento e, soprattutto, bisogna pensare al futuro delle popolazioni dei territori che si occupano. La guerra in Afghanistan molto probabilmente è stata fatta seguendo l'onda emotiva dell'11/9, tuttavia dopo l'esultanza per la liberazione è arrivata la "normalità" in Afghanistan? Beh, credo proprio di no. Il terrorismo internazionale va combattuto, è chiaro, ma devono esistere altre vie, le vie della diplomazia e della collaborazione che, quanto meno, devono essere tentate prima di giungere ad una soluzione così drastica e dolorosa come la guerra. Cosa augurarci quindi per il futuro? La speranza è che si instauri un dialogo con il mondo arabo-musulmano, che si possa discutere dei problemi esistenti e che, insieme si possano trovare delle soluzioni. E' solo un sogno questo?
La strada.
Il sentiero che si apre davanti ai miei occhi è lungo, aspro, difficile. Ai miei piedi le scarpe nuove appena comprate. Si sente ancora il profumo della scatola. La suola è ancora intatta, non si è ancora confrontata con le asperità del terreno, non conosce le insidie che può nascondere questa strada. Mi guardo indietro e vedo il vuoto. La paura riempie il mio cuore. Mi giro ancora e ancora vedo il vuoto. Il vento lascia vibrare gli alberi. Una foglia si stacca. E’ così leggera mentre libra nell’aria… …ma quanta vita in questa leggerezza. Si posa sul mio romanzo. Chissà quale sarà l’epilogo, chissà se scriverò mai la fine di questo romanzo. Mi guardo dietro. Ancora il vuoto. Vorrei essere come la foglia, vorrei lasciarmi trasportare dal vento come un aliante, vorrei volare. Vorrei tanto volare ma sono senza ali. Davanti a me, la strada. Non posso volare, proprio non ci riesco. Se voglio posso camminare. Il sentiero è lungo davanti a me ma posso farcela, in fondo, ho un bel paio di scarpe nuove! E’ un peccato non provarle! …E allora? …E allora camminerò, affronterò questa strada anche se sarà aspra, dura, difficile. Non mi lascerò sopraffare dalla stanchezza. Andrò avanti e camminerò perché, in fondo, che senso ha vivere se ogni giorno non hai una strada da percorrere? Che senso ha vivere se non c’è una strada che aspetta solo di essere vissuta?
E anche stanotte passerà.
Anche stanotte passerà, anche stanotte il buio lascerà spazio alla luce del mattino. Da lontano sento provenire un suono. E' musica. E' Beethoven, la sua ultima sonata per pianoforte, l'Op.111, una sorta di testamento. Il volume è così basso che quasi stento a percepire lo scorrere delle note, si fa fatica ad ascoltare. Vorrei fermare il tempo a volte, vorrei sentire ogni nota distintamente, vorrei che il tempo si arrestasse, che mi lasciasse "più tempo". Vorrei riflettere di più, vorrei ascoltare di più, vorrei vivere questa musica, vorrei, vorrei...ma la musica scorre, non si ferma e nel suo scorrere scandisce il tempo che passa. Secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, è un'inesorabile corsa. E' inutile sperarci, non riuscirò a fermare questo attimo, questa immagine che sfugge. Vivo, il presente diventa passato, il futuro, presente. Anche stanotte passerà e all'alba ci sarà di nuovo il sole. Sarà un nuovo giorno.